Il lavoro “grammatica della pace”: celebrazione a Trieste

Santa Messa il 30 aprile: il lavoro come strumento di pace e dignità, nel solco del messaggio dei Vescovi italiani

Il Messaggio dei Vescovi italiani per il 1° maggio 2026, intitolato Il lavoro e l’edificazione della pace, non è una semplice riflessione celebrativa, ma un’analisi profonda che eleva l’attività umana a pilastro della convivenza civile in un’epoca caratterizzata dal crescente incalzare di conflitti bellici.

I Vescovi definiscono il lavoro come la grammatica della società”: come la grammatica è l’insieme delle regole di una lingua che uniscono le parole e danno un “senso” alle stesse e permettono alle persone di capirsi, così il lavoro coordina ed unisce i talenti individuali verso un fine comune, creare comunità e riconoscere valore e dignità ad ogni persona.

Il messaggio eleva il lavoro a “forma di amore civile”, sottolineando come l’attività quotidiana sia lo strumento primario per costruire comunità e futuro, come un “grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona”. Non è solo produzione di beni, ma un dialogo tra persone che, pur senza conoscersi, mettono in comune saperi e competenze. Questa visione riprende la dimensione profetica già indicata da san Giovanni Paolo II: «Nel lavoro … troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova”» (Laborem exercens 27). Nella società moderna, tuttavia, questa “grammatica” è minacciata dalla guerra, che disgrega i legami sociali e aggrava la precarietà economica delle famiglie, specialmente attraverso l’aumento dei costi energetici. Ed infatti, “tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane … invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli”.

I Vescovi pongono un interrogativo etico cruciale: costruire case oppure ricostruire edifici distrutti non hanno lo stesso valore morale. Una civiltà si smarrisce quando confonde la costruzione (frutto della pace) con la ricostruzione post-bellica, che è invece l’esito di un fallimento diplomatico. In questa prospettiva, la pace che ha caratterizzato l’Europa negli ottant’anni dopo la II Guerra Mondiale va vista non come una parentesi casuale, ma come il frutto di una “immensa volontà politica” difesa proprio attraverso l’economia e il lavoro. Tale pensiero era già contenuto nel primo discorso di papa Leone XIV ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede: «la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza». Pensieri che richiamano le parole di san Giovanni Paolo II, secondo cui le guerre sono moderne «avventure senza ritorno» (Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 1982), perché i mezzi distruttivi oggi disponibili (in particolare nucleari) rendono impossibile controllarne gli esiti. I Vescovi esprimono inoltre preoccupazione per le nuove generazioni, sottolineando la necessità di una responsabilità educativa che elimini ogni narrazione di vendetta e odio, promuovendo invece una cultura del perdono e della giustizia.

Un punto di analisi centrale riguarda la logica del riarmo. Il Messaggio osserva con preoccupazione che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale. Questo investimento sottrae risorse vitali alle finalità civili, gravando specialmente sulle famiglie in precarietà economica colpite dai rincari energetici. Per contrastare questa deriva, i Vescovi sollecitano una coraggiosa riconversione industriale. Citando il vescovo Tonino Bello, esortano a trasformare gli impianti bellici in «produttori di beni, atti a migliorare la qualità della vita». E ancora viene chiesto di monitorare gli investimenti che, sostenendo l’industria militare, alimentano inconsapevolmente l’economia di guerra. In definitiva, il lavoro deve riscoprire la sua vocazione originaria alla pace e alla relazione buona con l’uomo e la natura. La guerra è definita il “grande inganno”, mentre il lavoro è la chiamata a costruire un mondo dove le «spade siano trasformate in vomeri» (Isaia 2,4).

Nella nostra Diocesi, la Commissione per i Problemi Sociali e del Lavoro, la Giustizia e la Pace, la Custodia del Creato intende veicolare il Messaggio dei Vescovi italiani anche attraverso una Celebrazione eucaristica di ringraziamento e preghiera, affinché il lavoro sia realmente strumento di pace e per ricordare tutti i nostri caduti, nel lavoro e nel mare.

Giovedì 30 aprile 2026, alle ore 18.00, alla vigilia della festa di San Giuseppe lavoratore e della Festa dei lavoratori, il Vescovo mons. Enrico Trevisi presiederà la Santa Messa per il mondo del lavoro presso la sede di Bic Incubatori Fvg, in via Flavia 23/1. La Celebrazione sarà animata dal Coro dell’Associazione Nazionale Carabinieri.

Roberto Gerin

In evidenza: Foto Siciliani – Gennari/SIR

 

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