Addio al cardinale del progetto culturale

È morto a 95 anni il cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei dal 1991 al 2007, il mandato più lungo. Dalle prolusioni ai grandi convegni

Non tanto l’unità politica dei cattolici, quanto una cultura capace di reggere il cambiamento. In questo spostamento di terreno sta la cifra del card. Camillo Ruini, morto a Roma il 16 giugno all’età di 95 anni. Segretario generale dal 1986 e poi presidente dal 1991 al 2007 per volontà di Giovanni Paolo II, ha guidato la Conferenza episcopale italiana per il mandato più lungo della sua storia, mentre era anche vicario del Papa per la diocesi di Roma. Teologo prestato al governo della Chiesa, vedeva nella cultura, come scrisse nel 1994, lo “spazio privilegiato di incarnazione del Vangelo” e di confronto con le diverse visioni della vita. Le sue prolusioni e i convegni che promosse restano la mappa più fedele del suo metodo, al punto che per descriverlo si coniò un termine, “ruinismo”.

Dall’unità politica al Vangelo della carità
Nelle prime prolusioni da presidente, all’inizio degli anni Novanta, Ruini affidava ancora la presenza dei cattolici alla loro unità politica: ai vescovi, nel 1992, confidava che il tramonto del vecchio partito non avrebbe lasciato per molto tempo alternative paragonabili. Fu il crollo di quel mondo – Tangentopoli, la fine della Democrazia cristiana – a imporre la svolta.

Con la prolusione del 1994 coniò l’espressione “progetto culturale”, e al Convegno ecclesiale di Palermo del 1995, celebrato sul tema “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia“, la trasformò in linea condivisa, poi rilanciata da Giovanni Paolo II e destinata a segnare il decennio. L’assise di Palermo segnò il passaggio: archiviata la stagione del partito unico e la vecchia “scelta religiosa”, la strada era quella di formare una mentalità condivisa – su cultura, impegno sociale, poveri, famiglia e giovani – senza che il pluralismo politico dei credenti significasse una “diaspora culturale”.

Prima di lasciare la Cei, nella prolusione alla 56ª Assemblea generale di maggio 2006 e nella sessione primaverile del Consiglio permanente, aveva già tracciato i contorni di quella che Verona avrebbe confermato come stagione nuova. Al Convegno di Verona del 2006 – l’ultimo grande appuntamento del mandato – indicava nella questione antropologica “una novità di grande spessore“: il terreno sul quale si sarebbe giocata la presenza cristiana nell’epoca che si apriva.

.Foto SIR

Bioetica, questione di Dio e nazione
Sul versante pubblico lo stesso metodo si faceva fermezza. Nell’ultima prolusione da presidente, nel gennaio 2007, Ruini legava l’evangelizzazione al “bene complessivo della nostra amata Nazione” e ribadiva il rifiuto dell’eutanasia, spiegando la sofferta decisione di negare i funerali religiosi a Piergiorgio Welby. Le sue prolusioni erano d’altronde anche una lettura morale della vita del Paese, dal terrorismo internazionale al dolore per Nassiriya. Erano gli anni dei principi non negoziabili e del referendum del 2005 sulla procreazione assistita: l’invito all’astensione – che contribuì a far mancare il quorum bloccando la consultazione – gli valse insieme grande influenza e accuse di ingerenza. Lasciata la Cei nel 2007, non abbandonò il terreno scelto: alla guida del Comitato per il progetto culturale portò nel dibattito pubblico due eventi internazionali aperti anche ai non credenti. Nel 2009, con Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto, chiamò a confronto all’Auditorium della Conciliazione scienziati e filosofi di ogni orientamento, sostenendo che sulla questione di Dio non è possibile restare neutrali. Nel 2012 fu la volta di Gesù nostro contemporaneo, attorno all’idea di un Cristo presenza viva nella storia e non figura del passato.

C’era poi l’altra metà del suo stile, che derivava dalla sua fede incrollabile nel Risorto, che confessò nel commiato del 7 marzo 2007: corrispondere ai Successori di Pietro era stato, scrisse, “il primo criterio di orientamento della mia azione“. Uomo dei Papi prima ancora che stratega, fedele al motto del suo stemma: veritas liberabit nos.

Riccardo Benotti (SIR)

Foto in evidenza: Siciliani-Gennari/SIR

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