“Cambiare rotta… si può?”: insieme, incontro all’altro

Una decina di giovani della Comunità Missionaria di Villaregia hanno vissuto alcuni giorni in città per conoscere territorio, storia e fare servizio in Caritas

“Cambiare Rotta… si può?” Negli ultimi giorni di luglio se lo sono chiesto una decina di giovani della Comunità Missionaria di Villaregia, giunti a Trieste dal Friuli Venezia Giulia, dal Veneto e dalla Lombardia – accompagnati da tre giovani missionari originari della Costa d’Avorio, del Mozambico e del Perù – per vivere un’esperienza di conoscenza della realtà locale, ma anche per prestare servizio volontario presso la Caritas diocesana di Trieste.

Tra esplorazione del territorio con la sua storia peculiare, momenti di riflessione, incontri con gli operatori e i volontari dei servizi Caritas e attività di gruppo, i giovani ospiti, accompagnati da Anna Rita e Alessandro Villa, sposi missionari della Comunità di Villaregia e volontari Caritas di lungo corso, hanno toccato con mano la realtà della città come “sbocco” della Rotta balcanica, ma anche come terra di frontiera nella quale l’incontro con il volto dell’altro, qualunque esso sia, è davvero possibile: uno di quegli incontri che può cambiarti la vita e, quindi, cambiare anche la tua personale rotta, il tuo cammino di vita che sembrava lineare e già tutto organizzato a puntino e invece…

Proprio a partire dalla parola “Rotta”, abbiamo chiesto loro di raccontarci come hanno vissuto questa esperienza. Per Massimiliano, 22 anni,

«la rotta è la via che devo seguire con il coraggio e la speranza di fare un cambiamento importante»,

mentre Elena, 29 anni, pensa che la rotta sia

«come un insieme di porte: alcune sono chiuse e non potranno mai aprirsi perché sono quelle situazioni o condizioni che non dipendono da me. Altre, invece, sono io che posso aprirle o tenerle chiuse in base alle scelte o non-scelte che faccio».

Lorenzo, 22 anni, da parte sua, riflette:

«La rotta è la strada attraverso la quale noi giungiamo alla stessa meta. Non vuol dire necessariamente la più breve per arrivarci: per persone diverse potrebbe non essere la stessa, anche se lo scopo è uguale. Perché magari lungo questa rotta abbiamo bisogno di allontanarci per vedere qualcosa o qualcuno. Bisogna sceglierla con cura, ma tracciarla sempre con la matita».

Come accade in quasi tutte le esperienze, a volte le aspettative iniziali sono diverse da ciò che poi effettivamente si vive, ma nelle parole di questi giovani non c’è amarezza o delusione: piuttosto si intravede in loro una diversa consapevolezza sulla realtà e sulle persone, oltre al desiderio di cambiare qualcosa nel proprio modo di vivere. Come testimonia Camilla, 22 anni:

«L’attenzione verso l’altro, la preparazione universitaria come educatrice sociale e culturale, il volontariato con i migranti erano desideri forti, impressi nel mio cuore, ma non mi era chiara l’autenticità di vita che questi mi potevano consegnare. Ho aderito a questa proposta proprio per voler vivere intensamente questo incontro, per vedere come questo è in grado di cambiare la mia vita e fortificare quella che credo sia la mia missione».

Riferendosi all’incontro con alcune persone migranti ospiti a Campo Sacro, Lorenzo dice ancora:

«Dopo aver intravisto le storie di questi ragazzi, attraverso i loro occhi, attraverso le loro cicatrici, ho bisogno di capire qual è la mia rotta. Ma soprattutto non penso che riuscirò più a vedere e passare oltre».

E Silvia, 24 anni, rispetto alla Rotta balcanica conferma:

«Pensavo che questa esperienza sarebbe servita a toccare con mano questa realtà soprattutto osservando e prestando servizio. Quello che ho trovato invece sono stati gli incontri, le persone vere e complete, non così distanti da me. La differenza con quello che mi aspettavo è stata che nella relazione si entra in gioco, ci si espone in modo personale».

Forse è questo il punto nodale di tutta l’esperienza: quando entra in gioco la relazione con altre persone, tutto cambia e niente può più essere come prima.

Ma allora, cosa ci si porta a casa, una volta conclusa l’esperienza?

C’è chi, come Elena, porta con sé

«tanta umanità nuova che si trova davanti a ostacoli diversi dai miei, ma che condivide con me la stessa voglia di vivere una vita in pienezza».

Chi, ancora, come Lorenzo, ha messo nel suo zaino e nel suo cuore

«gli occhi di chi ho incontrato, l’unicità di ognuno, la consapevolezza che, a parte l’esperienza della migrazione, la mia storia potrebbe essere la loro e viceversa, se solo fossimo nati l’uno al posto dell’altro. Porto con me la consapevolezza che tutte queste differenze che l’informazione vuole farci credere, in fondo non ci sono».

Una consapevolezza che è anche di Niccolò, 19 anni:

«Anche se a livello razionale ero convinto che fossimo tutti uguali, percepirlo e sentirlo sulla pelle è una cosa che non dimenticherò mai».

Restano, quindi, nel cuore e negli occhi gli incontri vissuti, i luoghi visitati (tra i quali anche la Foiba di Basovizza e la Risiera di San Sabba), ma anche un paio di parole che ciascun giovane sottolinea e che riassumono, molto in sintesi, ciò che si è vissuto insieme: attendere (inteso come “tendere l’animo a…”), gioia, stare, capirsi, dono, fratelli, insieme, vita, relazione, scoperta, sudore. Già, anche sudore. Perché il “prezzo” da pagare per questa esperienza è stato un caldo davvero torrido che non ha mai mollato la presa. Ma ascoltando le voci di questi giovani, pare che per “cambiare rotta” ne sia valsa davvero la pena.

Luisa Pozzar

 

Foto: Anna Rita e Alessandro Villa

 

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato, ti invitiamo a iscriverti al nostro Canale Whatsapp cliccando qui 
10min35


Chi siamo

Portale di informazione online della Diocesi di Trieste

Iscr. al Registro della Stampa del Tribunale di Trieste
n.4/2022-3500/2022 V.G. dd.19.10.2022

Diocesi di Trieste iscritta al ROC nr. 39777


CONTATTI