In occasione del 10 febbraio, Giorno del Ricordo – solennità civile istituita con la legge n. 92 del 30 marzo 200″ al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale” – abbiamo chiesto al professor Raoul Pupo, storico e a lungo docente di Storia contemporanea all’Università di Trieste, una riflessione su questa giornata, con una particolare attenzione alla formazione dei giovani su questo importante tema storico per il nostro territorio.
Perché è importante commemorare il Giorno del Ricordo ancora oggi?
Le ragioni sono in parte le stesse di vent’anni fa e cioè, per un verso il riconoscimento da parte delle istituzioni e della società italiana nei confronti di connazionali duramente colpiti dal peso dei drammi novecenteschi, in particolare per il loro attaccamento alla Patria, e per l’altro la diffusione della conoscenza di una storia, quella delle terre alto-adriatiche, di cui per circa mezzo secolo si è parlato assai poco.
Che cosa si intende storicamente quando si parla di foibe?
Per foibe si intendono le stragi di italiani avvenute in Istria nell’autunno del 1943 ed in tutta la Venezia Giulia – ma soprattutto a Trieste e Gorizia – nella primavera estate del 1945. In entrambi i casi la responsabilità fu del movimento di liberazione jugoslavo a guida comunista che si stava trasformando in un regime. Sia durante la provvisoria amministrazione di zone libere – come l’Istria nell’autunno del 1943 – che al momento della presa finale del potere, tale movimento/regime scatenò in tutta la Jugoslavia ondate di eliminazione di tutti i suoi avversari, considerati “nemici del popolo”. Nella Venezia Giulia sotto controllo jugoslavo questo tipo di sanguinosa epurazione politica colpì in massima parte italiani, perché fra di loro si trovava la stragrande maggioranza dei nemici del nuovo ordine, vuoi perché fascisti, oppure antifascisti contrari all’annessione alla Jugoslavia, oppure appartenenti ad una classe dirigente che andava eliminata, o comunque legati ad un potere italiano che si voleva distruggere per sostituirlo con il nuovo potere comunista jugoslavo.
E quando si parla di esodo giuliano-dalmata?
L’Esodo è stato l’allontanamento forzato dai suoi territori di insediamento storico della quasi totalità del gruppo nazionale italiano residente nella parte d’Italia che dopo la seconda guerra mondiale è stata annessa alla Jugoslavia. Si è trattato di un tipico fenomeno di sostituzione nazionale perché il vuoto lasciato dagli italiani è stato colmato con l’immigrazione di popolazione da tutta la Jugoslavia e con il tentativo di cancellazione/demonizzazione del passato italiano.
Secondo lei, quanto conoscono i giovani questi eventi storici?
Limitandosi agli studenti, da almeno una quindicina d’anni c’è stato un fortissimo investimento sulla didattica della Frontiera Adriatica e di conseguenza la diffusione almeno delle conoscenze di base si è diffusa enormemente. Quanto poi rimanga è difficile dire, ma questo è un problema condiviso con molti altri fenomeni storici, anche perché in generale lo studio della storia ha poco spazio nelle nostre scuole. Gli insegnanti devono fare capriole per arrivare alla metà del Novecento e quando riescono a trattare anche questi argomenti, vuol dire che sono bravi e motivati.
Perché la storia del confine orientale viene spesso percepita come distante o difficile da comprendere?
Perché è obiettivamente complicata e lontana dai paradigmi storici più conosciuti. È una storia di frontiera e quindi per capirla bisogna sempre tener presenti non solo due o più punti di vista diversi, ma anche diverse logiche storiche. Se si cerca di comprenderla applicando solo le dinamiche proprie della storia italiana, non si arriva da nessuna parte.
Quanto è importante affiancare allo studio storico le testimonianze degli esuli e delle vittime?
Memoria e studio critico hanno funzione diverse. Le testimonianze portano la carne e il sangue del vissuto, quindi facilitano sia l’interesse che l’empatia. Però le memorie sono soggettive e non si può chiedere ai testimoni di spiegare i perché degli eventi.
Non è affatto vero che solo “chi c’era” può offrire la chiave per intendere quel che è successo, più spesso è vero il contrario. Questo invece è compito della storia, che applica il suo metodo a tutti i tipi di fondi, le combina fra di loro e in questa maniera cerca di arrivare ad interpretazioni il più possibile rigorose.
Nell’insegnamento bisognerebbe cercare di abbinare entrambi i modi di accostarsi al passato.
In che modo la memoria delle foibe e dell’esodo può aiutare i giovani a riflettere sui temi della violenza, dei confini e delle identità nazionali?
Per entrare in contatto con i drammi dei conflitti fra gli stati e della violenza politica purtroppo non occorre fare sforzi di memoria, ma basta accendere la TV ed avere il coraggio di arrivare in fondo al notiziario. Invece
la storia di quei violenti contrasti in un caso di studio emblematico come quello delle terre alto-adriatiche insegna moltissimo sulle ragioni e sulle modalità in cui i conflitti esplodono: dall’uso dei linguaggi dell’intolleranza che preparano alla violenza fisica, alla costruzione di identità chiuse, sospettose ed aggressive, alla saldatura fra conflitti nazionali interni agli stati e logiche di potenza degli stati confinanti, ai modi usati dagli stati medesimi per liberarsi di minoranze sgradite.
Che poi le lezioni vengano imparate, per non peccare più, è un altro discorso.
A cura della redazione
Foto in evidenza: Luca Tedeschi
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