Avvicinarsi alla storia della Salvezza attraverso la pittura e l’arte in generale ha un sapore antico. Già le prime chiese rupestri, delle quali in varie parti d’Italia resta un’ampia testimonianza, erano, di fatto, veri e propri “libri” di catechesi che narravano – e continuano a narrare ancora oggi – episodi biblici, pagine del Vangelo, vita degli Apostoli e dei Santi che nei secoli hanno testimoniato con la vita la fede in Cristo e dai quali, anche chi non era istruito è stato toccato. La Quaresima è anche un tempo in cui provare a ricavare degli spazi franchi da impegni e attività per sostare in contemplazione del Mistero Pasquale. Due insegnanti di storia dell’arte ci aiuteranno in questo percorso alla scoperta dei tesori dell’arte che tanto hanno da comunicare alla nostra vita di cristiani in cammino.

La Trasfigurazione di Cristo di Giovanni Bellini
Per immedesimarci nel fatto raccontato questa domenica da Matteo nel suo Vangelo, proviamo a guardare con attenzione la tavola che il grande pittore veneziano Giovanni Bellini dipinse nell’ultimo quarto del 1400, e che ora si conserva al Museo Nazionale di Capodimonte presso Napoli. Forse l’occhio si fissa immediatamente sulle vesti di Gesù, che “divennero candide come la luce” come scrive Matteo, mentre l’evangelista Marco annota : “nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle più bianche”. Bellini, col suo uso del colore tonale e sfumato, riesce a metterci davanti in qualche modo ciò che gli Evangelisti descrivono e che dovette stupire e quasi sconcertare gli Apostoli.
Il bianco è pura luce, come luminoso è il Volto di Gesù, perfetto nella sua frontalità e nella sua voluta, quasi impercettibile, asimmetria.
Rimaniamo colpiti però anche dal verde tenero che avvolge l’intera scena, che si svolge sullo sfondo di un tranquillo paesaggio della campagna veneta.
Infatti il monte Tabor risulta qui un semplice rialzo del terreno, sotto cui spuntano delle rocce dipinte in maniera secca e dettagliata, come Giovanni aveva sicuramente visto fare ad Andrea Mantegna, suo amico e cognato. Bellini differisce da lui perché scioglie le ombre nel colore luminoso alla maniera veneziana, anticipando la grande pittura di Tiziano.
In quel paesaggio “veneto”, però, il critico Fry ha individuato sulla destra il Mausoleo di Teodorico e la Chiesa di S.Apollinare in Classe a Ravenna: non ne conosco il motivo, ma mi piace pensare al fatto che in quella stessa chiesa nel catino absidale è rappresentata, seppure per simboli, proprio la Trasfigurazione. Sullo stesso lato un uomo col turbante (un orientale) dialoga con un altro, e a sinistra un pastore conduce le mucche. L’insieme è quindi molto umano, come umani sono i tre apostoli spaventati che, non proprio rovesciandosi giù come nelle icone bizantine, ma di certo stupiti e scomposti, guardano.
A destra sta Giovanni, con i riccioli da figura classica, in mezzo Pietro mentre Giacomo, in veste scura, pare allontanarsi.
Mosè ed Elia infine si stagliano ai lati del Cristo; uno studio ha riscontrato che in un primo momento il pittore li aveva raffigurati a occhi aperti mentre poi, con un “ripensamento”, ha chiuso loro le palpebre, forse come segno di devoto tremore; i cartigli nelle loro mani sono scritti in ebraico. In latino risulta invece scritto il cartellino che al pittore piace dipingere legato a una staccionata in primo piano dove leggiamo: IOANNES BELLI/NUS ME PINXIT.
In questo modo, similmente ad Antonello da Messina, Bellini si firma e non rimane anonimo come gli iconografi medievali perché, come sappiamo, nel pieno secolo XV l’uomo viene posto al centro e all’artista spetta la sua “fama”. Nonostante questo,
il pittore è riuscito a introdurci mirabilmente in uno dei fatti più misteriosi del Vangelo, in cui Gesù assicura i suoi amici del suo legame col Padre: nel dipinto possiamo intuire l’intervento di Dio dai raggi che attraversano le nubi sopra la testa del Cristo.
In tal modo, aiutati dall’osservazione attenta di quest’opera, speriamo che ci accada quello che Don Giussani scriveva a commento del Mistero della Trasfigurazione :
“(…) la gloria di Cristo nell’istante è la trasfigurazione del contenuto dell’istante, è la trasfigurazione in quello che facciamo. Questa trasfigurazione è la verità dell’umano, origine di una umanità diversa”.
Marina Gobbato
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