Non c’è dubbio che la storia politica italiana sia connotata da sempre da contrapposizioni forti, tali da spaccare in due il Paese: così era stato nel 1946, quando si trattò di scegliere tra monarchia e repubblica – ne parleremo più in là –, o nell’aprile del 1948, quando un ampio ventaglio di partiti, capeggiati dalla Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi, si era contrapposto al Fronte popolare di comunisti e socialisti in un clima esasperato e sospeso. Si trattava infatti di una scelta che avrebbe pesato sulla posizione dell’Italia nel contesto internazionale, spaccato anch’esso tra il blocco occidentale e quello sovietico.
Nella Trieste del mai nato Territorio libero bisognò attendere il giugno 1949 perché gli elettori potessero finalmente esprimersi, misurandosi con lo strumento principe di ogni sistema democratico: la libera scelta dei propri rappresentanti nelle varie istituzioni di governo. In questo caso, si trattava dell’amministrazione dei comuni della Zona A. Con un ordine del settembre 1948, il Governo militare alleato aveva infatti emanato le disposizioni per il voto amministrativo che avrebbe interessato i sei comuni della Zona A, a partire da Trieste.
Ai giuliani – le cui sorti sarebbero rimaste ancora a lungo in bilico fino al 1954 – non era invece stato consentito di partecipare alla grande scelta cui gli italiani erano stati chiamati nel giugno 1946, quando furono eletti anche i membri dell’Assemblea costituente, o alla tornata elettorale dell’aprile 1948 che, sepolto il periodo di transizione del governo di unità nazionale, aveva sancito l’inizio di una lunga stagione politica dominata dalla Democrazia cristiana.
In quanto a spaccature, la città giuliana non era certo da meno: l’uscita di Tito dal Cominform non aveva attenuato la spaccatura tra partiti “italiani” e comunisti, mentre questi ultimi erano a loro volta divisi tra cominformisti e filojugoslavi. Questo clima di contrapposizioni connotò un’animatissima campagna elettorale, che ebbe sullo sfondo soprattutto la soluzione della questione di Trieste – peraltro ancora lontana, nonostante le promesse della Dichiarazione tripartita di un anno prima – e quella della Zona B, sempre più in bilico data la nuova collocazione internazionale della Jugoslavia. In un articolo del “Giornale di Trieste” – denominazione del “Piccolo” fino al 1954 – il significato delle elezioni era così individuato nella scelta tra “occidente” e “oriente”, un autentico «plebiscito di fraternità nazionale». E nel periodo pre-elettorale arrivarono in città i più autorevoli esponenti dei partiti e del governo: ultimo, tra questi, Alcide De Gasperi che tenne un memorabile discorso davanti a una grande folla alla vigilia del voto.
Nonostante le tensioni, nella sola città di Trieste le autorità alleate organizzarono 277 sezioni elettorali.
Le donne, come scriveva ancora una volta il “Giornale di Trieste”, erano riconosciute come le autentiche «arbitre della futura competizione elettorale». Chiamate a votare per la prima volta nella storia, esse erano più numerose degli uomini nei sei comuni della Zona: su un ammontare complessivo di 216.957 elettori – dato ancora provvisorio – a Trieste le aventi diritto al voto erano 106.257 contro 91.060 uomini; 4255 contro 4012 a Muggia, 1666 contro 1647 a S. Dorligo, 1594 contro 1576 a Duino Aurisina, 515 contro 386 a Sgonico, 188 contro 185 a Monrupino. Insomma, la loro voce avrebbe pesato e non poco sul futuro della Zona.
Non si può dire però che le liste dei candidati rispecchiassero queste proporzioni tra i due sessi: ad esempio, tra i 60 candidati del Partito repubblicano italiano c’erano soltanto due donne, Antonia Agata Clemen e Fedora Vessel, entrambe presentate rispettivamente come vedove dei due martiri antifascisti Gabriele Foschiatti e di Umberto Felluga. Tre le candidate del “Blocco italiano”, quattro quelle del Movimento sociale italiano e anche in questo caso i “meriti” delle prescelte erano meramente patriottici. Tra le candidate missine, ad esempio, spicca infatti il nome di Maria Bergamas, madre del volontario irredento Antonio e madrina del Milite ignoto! Un simile criterio non fu invece seguito per individuare le nove candidate democristiane presentate alla cittadinanza per la loro professione, dalle mansioni più umili alla dirigente industriale. Anche il Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste candidò nove donne, anch’esse presentate in base alla loro professione: un medico, tre casalinghe, 4 impiegate e un’operaia.
C’erano invece, tra gli elettori, gli esuli giuliano-dalmati che si erano fermati nella Zona. In forza di quanto disposto dal governatore, il generale Airey, ad avere diritto di voto erano infatti tutti i cittadini maggiorenni che, alla data del 15 settembre 1947 – data di entrata in vigore del trattato di pace di Parigi – fossero risultati stabilmente residenti nella Zona A, come peraltro previsto dallo stesso trattato. Per celebrare l’avvenimento, perfino le Poste italiane si mobilitarono, con l’emissione di un francobollo del valore di 20 lire.

Finalmente, nonostante il forte vento e i «torrenti di pioggia» che si abbatterono sulla città, come ricordano le cronache della giornata, il 12 giugno 1949 donne e uomini di Trieste – gli altri comuni avrebbero votato la settimana dopo – si recarono alle urne, formando lunghe code. Come notava il “Giornale di Trieste”, tra le file degli elettori spiccavano «gli abiti variopinti delle donne, che anche qui rappresentano la maggioranza»; tra loro c’erano anche «le tuniche nere d’un gruppo di suore».
Ciò nonostante, se le elettrici costituivano la maggioranza degli aventi diritto al voto, detto delle poche candidate, le elette furono davvero pochissime, nove, cinque delle quali democristiane e due comuniste. Insomma, prime ai seggi, purtroppo non altrettanto tra gli eletti. Ciò nondimeno un primo passo, di grande importanza, era stato fatto.
Per la cronaca: quelle elezioni premiarono i “partiti italiani” e in particolare la DC. E come primo sindaco della storia democratica della città fu eletto Gianni Bartoli: a lui, cinque anni più tardi – e quali anni! – sarebbe toccata la gioia di festeggiare il ritorno della città all’Italia.
Fabio Todero
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