“Sai, qui non si sa come va a finire. Può essere che sì e può essere che…E dato che per me sei un figlio, un nipote, un fratello, ti volevo salutare”. Comincia con la citazione di queste parole di Papa Francesco, nel loro ultimo incontro, il viaggio a ritroso nel tempo che Salvatore Cernuzio – nel libro “Padre. Un ritratto inedito di Papa Francesco ”, edito da Piemme in occasione del primo anniversario della morte del Pontefice – traccia di Jorge Mario Bergoglio, partendo dal sentimento di gratitudine di chi ha avuto il privilegio di poter conoscere il volto più intimo e privato, oltre a quello pubblico, grazie al proprio mestiere di giornalista vaticanista, del Pontefice argentino.
Era il terzo e ultimo ricovero di Papa Francesco al Gemelli, per quello che dapprima sembrava un problema respiratorio e poi si è rivelato una bronchite polimicrobiotica.
L’incipit del racconto riporta progressivamente l’autore a quando tutto è cominciato: una semplice busta contenente una lettera consegnata al Pontefice durante il viaggio in Iraq, dalla cui risposta telefonica – “Buonasera, sono Papa Francesco” – è nato poi un rapporto fatto di incontri ravvicinati a Santa Marta, nutriti di conversazioni, risate, riflessioni profonde sulla Chiesa, la famiglia o i temi legati all’attualità internazionale. Un dialogo durato fino a pochi giorni prima della morte, che restituisce al lettore i tratti umani di un pontificato all’insegna soprattutto, scrive Cernuzio, di una parola: sensibilità, condita di empatia e profonda capacità di ascolto, in modo particolare delle storie della gente comune, lontana dai riflettori, degli “ultimi della fila” e degli scartati.
“La vita semplice, della gente, di ogni giorno…questo mi piace sentire”,
diceva Bergoglio, che leggeva tutta la corrispondenza che gli veniva recapitata. “Chiacchiere e mai chiacchiericcio”: così Salvatore descrive i suoi incontri con il Papa, cui piaceva sempre rompere il ghiaccio con una battuta:
“Prima di ogni ruolo, di ogni incarico, prima dello status sociale, dell’orientamento politico, il Papa guardava al tratto umano della persona”. Altro tratto caratteristico: l’attenzione al dettaglio,
come la capacità di distinguere “la signora dei fiori gialli”, Carmelina Mancuso, tra la folla assiepata al Gemelli durante la sua ultima apparizione dal balcone del nosocomio romano. Indimenticabili le sue telefonate quotidiane alla parrocchia di Gaza: “Non c’era niente, ma c’era tutto. C’era l’attenzione di uno degli uomini più importanti della terra per la vita di un gruppo di rifugiati che continuavano a vivere, mangiare, celebrare sotto le bombe”, scrive Cernuzio. Alla domanda sulla cosa più bella e la cosa più brutta, nel “Popecast” realizzato per i dieci anni di pontificato, la risposta di Bergoglio è chiara e diretta: l’incontro con i nonni in piazza San Pietro e la guerra.
“La presenza, intesa come vicinanza, era qualcosa di sacrosanto per Francesco”,
si legge nel libro come suggello del suo magistero: “Poche parole, solo presenza, l’essenza della pastorale di Papa Francesco”.
“Lui? Lui è un santo”,
le parole su Robert Francis Prevost, il futuro papa creato cardinale dal Pontefice argentino, che l’aveva scelto come Prefetto del Dicastero per i vescovi: “Espressione che il Papa usava solamente per indicare persone capaci di reggere serenamente confronti, tensioni, situazioni intricate, e di riuscire a creare comunione”. Da un papa all’altro, parole che suonano, al contempo, come viatico e passaggio di testimone.
M.Michela Nicolais (SIR)
Foto in evidenza: Calvarese/SIR



