Si chiamavano Ninetta Bartoli, Elsa Damiani, Margherita Sanna, Ottavia Fontana, Elena Tosetti, Ada Natali, Caterina Tufarelli Palumbo Pisani, Anna Montiroli, Alda Arisi e Lydia Toraldo Serra. Dalla Sardegna all’Umbria, dal Veneto alle Marche, dalla Calabria al Lazio e alla Lombardia, furono le prime donne a ricoprire la carica di sindaco nel nostro Paese, grazie al decreto del marzo 1946 che apriva alle donne la possibilità di essere elette, dopo che nel febbraio 1945 – quando ancora la guerra non era terminata – era stato loro riconosciuto il diritto al voto.
Un diritto che avevano acquisito con la loro partecipazione alla Resistenza, con la loro capacità di aver cura dell’altro e prendendo su di sé l’impegno di mantenere vivo il tessuto sociale di un Paese che «scisso nella guerra civile e affazzonatamente ricomposto, vive e sopravvive fra provvisori orizzonti […] frantumato in tante isole prove di comprensione reciproca». Così scriveva lo scrittore e giornalista italiano Dino Terra nel 1947 (cit. in G. Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi, Donzelli, Roma 2016, p.11).
«Nessuno – ha testimoniato dieci anni dopo Jose Lupinacci, responsabile del movimento femminile liberale – poteva in quei mesi negare che le donne partecipavano già, attraverso il loro immenso, eroico contributo alla Resistenza, a cancellare vent’anni di fascismo e a lavorare al rinnovamento del Paese. Questo è in me il ricordo più vivo la nostra solidarietà, l’affiatamento per cui non ci consideravamo più soltanto tra noi alleate ma amiche» (vedere a questo link).
Su uno sfondo economico e sociale parcellizzato, con una parte del territorio nazionale – l’area della Frontiera adriatica – il cui destino era, e in parte sarebbe a lungo rimasto incerto, con una posizione internazionale debole – l’Italia aveva la responsabilità di aver aperto la strada del fascismo in Europa – nel marzo 1946 si era svolta una prima tranche delle elezioni amministrative; una seconda tranche si sarebbe tenuta nell’autunno di quell’anno. Dal voto – come forse si ricorderà – rimasero esclusi Bolzano e i comuni della Venezia Giulia: qui si sarebbe votato soltanto nel 1949 mentre Gorizia, assegnata all’Italia dal Trattato di pace, vide aprirsi le urne nel 1948. Si votò così in 5722 comuni su 7294, e i partiti repubblicani conseguirono una forte affermazione, alimentando le speranze di quanti contavano sulla vittoria della repubblica al referendum previsto per il mese di giugno.
Per il 2 giugno 1946 erano infatti state indette le elezioni per l’Assemblea costituente e il referendum consultivo che avrebbe deciso della forma istituzionale del Paese: monarchia o repubblica.
Fu in questa occasione che votarono tutte le italiane – anche se per allora una particolare categoria di prostitute rimase esclusa dal voto – e gli italiani che avessero compiuto i 21 anni, il limite allora fissato per la maggiore età. Né mancarono, come già in precedenza e purtroppo ancora per molto tempo, ironia e dubbi intorno al voto femminile. Le donne elette all’Assemblea costituente furono soltanto 21.
Per dare un’idea: nella consulta creata dal governo di unità nazionale uscita dal conflitto, su 430 membri le donne erano state soltanto 13.
Una strada era però stata aperta, lunga e faticosa quanto quella della neonata repubblica che il voto popolare aveva scelto in luogo di una monarchia su cui pesavano gravi responsabilità e complicità con il fascismo.
La corona ne aveva infatti condiviso tutte le scelte, non da ultimo le leggi razziali del 1938 e la guerra del 1940. A un mese dal referendum, Vittorio Emanuele III aveva vanamente giocato le sue carte per salvare la monarchia, abdicando a favore del figlio Umberto: l’idea era quella di proporre al Paese un volto meno screditato del proprio. Tentativo inutile: 12.718.641 italiani, il 54,26% degli elettori, scelse la repubblica, mentre in 10.718.502 (il 45,72%) votarono monarchia. In quanto alle elezioni per la Costituente, a prevalere furono i grandi partiti di massa che ottennero il consenso di tre quarti dell’elettorato: il 35,18% dei voti andò alla Democrazia cristiana, il 20,72% ai socialisti unitari e il 19% ai comunisti.
Fu dunque repubblica – res publica – che è davvero “cosa di tutti”, anche se a volte ce ne dimentichiamo. Così come
ci dimentichiamo che la nostra Costituzione non solo garantisce diritto di voto universale, ma anche partecipazione, possibilità di impegno, di associazione, di libera espressione del proprio pensiero, pari diritti e opportunità per tutte e tutti. Un’eredità che le nostre madri e i nostri padri costituenti ci hanno generosamente lasciato e che è ancora, in parte, inattuata.
Siamo ancora e sempre in tempo per continuare sulla strada aperta dalle donne e dagli uomini che si presentarono numerosi alle urne il 2 giugno di ottant’anni fa. Ciò che oggi siamo, nel bene e nel male, con tanti limiti certo ma con ancora ampi margini di rendere le cose più giuste, viene da lì: da quelle macerie, dagli orrori di una guerra poi divenuta conflitto civile. Da una giovane democrazia per la cui nascita si erano battuti tante donne e uomini, spesso di giovanissima età.
Non sprechiamo le loro fatiche; non scordiamo il loro dolore e i loro sacrifici. Coltiviamo, testardamente aggrappati alla speranza, la nostra repubblica.
La cui nascita, oltre tutto, si è incarnata proprio nel volto di una giovane donna pubblicato su un giornale dell’epoca che, a distanza di tanto tempo, continua a sorriderci fiduciosa e felice.
Fabio Todero
Foto in evidenza: della Redazione
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