La seconda metà del mese di aprile del 1986 aveva portato piogge diffuse in tutta Italia. In particolare, il 27 un maltempo intenso aveva colpito il Nord Ovest del paese con raffiche di vento e piogge torrenziali che si trasformarono ben presto in frane e smottamenti. Il 28 pioveva anche a Trieste. Il clima però era mite e nei giorni successivi le temperature divennero gradevoli: come spesso accade qui da noi: un preludio d’estate. Tutti godevano del tempo mite che invitava ad uscire. Le passeggiate in carso a raccogliere i bruscandoli o il primo taglio del radicchietto, per chi possedeva un orto, erano attività comuni tra i triestini amanti della vita all’aria aperta.
La notizia arrivò in Italia il 29 aprile. Le autorità russe tacevano e gli eventi erano ancora molto confusi. Per diversi giorni le informazioni furono frammentarie per non dire assolutamente insufficienti a rappresentare e raccontare ciò che era accaduto il 25 a Chernobyl, dove una serie di errori e difetti dell’impianto, aveva generato il più grave incidente nucleare della storia. Sono trascorsi 40 anni e le conseguenze di quella tragedia sono ancora vive.
Nei giorni successivi, non appena le notizie iniziarono ad arrivare da Mosca e si comprese che la nube radioattiva avrebbe sorvolato i cieli europei, tra cui anche quello italiano, l’attenzione si spostò sulle conseguenze che avremmo potuto subire, in particolare sul livello di una possibile contaminazione dell’aria e del suolo.
La minaccia nucleare batteva alle nostre porte. Dilagarono il caos, la confusione e la paura. Quando arriva? Come riconosceremo la nube radioattiva? Prima giunge il divieto: niente latte fresco per i bambini e le donne in gravidanza. Il giorno dopo, solo “si consiglia”. Bisogna tenere le finestre chiuse? Possiamo uscire di casa? Non bisogna fumare perché la nicotina moltiplica l’effetto delle radiazioni. Non mangiate verdura e frutta fresca. Non mettere a stendere la biancheria all’aperto. Sei incinta: vai farti visitare. Ma pensi di tenerlo? Sai che potrebbe nascere deforme? Che male fa lo Iodio 131? Qualcuno, fortunato, pensa di nascondersi in un bunker!
Questa paura, però, non coinvolse proprio tutti: alcuni continuarono a vivere tranquillamente come se la nube non fosse vera. Come se Chernobyl non fosse avvenuto e come se la radioattività non fosse pericolosa. Un atteggiamento che anticipò di qualche decennio l’esperienza del Covid.
Di fatto ciò che questo disastro determinò, partendo proprio da quei primi giorni, fu un diffuso atteggiamento di rifiuto verso il nucleare, attivando anche parti dell’opinione pubblica che sino ad allora non avevano espresso particolare contrarietà a questo tipo di energia.
Chernobyl aprì gli occhi di molti al punto da produrre un profondo ripensamento anche nelle grandi organizzazioni politiche e sindacali, ma anche in molti cittadini solitamente non abituati a scendere in piazza, che decisero di dire no al nucleare.
Di fatto i due referendum del 1987 e del 2011, dopo l’incidente di Fukushima, portarono alla chiusura degli impianti esistenti (perché anche noi avevamo le nostre centrali: a Latina, Garigliano, Trino Vercellese e a Caorso) e al voto contro la reintroduzione dell’energia nucleare.
Ed oggi? Il dibattito è nuovamente aperto e di nucleare, per quanto sostenibile, non solo si parla e si dibatte (forse non ancora con troppa attenzione visti i tempi lunghi di realizzazione) ma non dobbiamo dimenticare che nel 2025 il governo ha approvato una legge delega in materia che punta sul Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) per re/integrare la tecnologia.
A differenza di quanto si potrebbe immaginare, l’Italia in tutti questi anni non ha abbandonato del tutto il proprio impegno in questo campo ed esistono molte realtà, tra aziende private, Università ed enti di ricerca, che portano avanti lo sviluppo della fissione e della fusione nucleare. Così scrive Alessandro Dodaro, Direttore del Dipartimento Nucleare – ENEA, in un articolo sul sito dell’ENEA:
“L’energia nucleare può svolgere un ruolo complementare a quello delle fonti rinnovabili, garantendo stabilità e costituendo un mezzo importante per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione europei in vista del raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Persino in Italia si è riaperto il dibattito sul possibile ritorno al nucleare e, nel mutato contesto, il riconosciuto bagaglio di competenze tecnico-scientifiche e le capacità industriali del settore possono rivelarsi un grande vantaggio consentendoci di non ricominciare da zero”.
E quindi? Il contesto è veramente mutato? Siamo pronti? Come conciliare gli alti bisogni di energia con la sicurezza? Alla luce della storia la questione avrebbe senz’altro bisogno di un dibattito ampio ed articolato. Ciò che certamente ancora rimane di Chernobyl sono i suoi lunghi effetti: malattie, depressioni, danni ambientali, malformazioni che non possiamo dimenticare né eludere.
Erica Mastrociani
Foto in evidenza: Wikimedia Commons
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