Fuori, una pioggerellina sottile e insistente bagnava il sagrato e gli ombrelli aperti della folla che seguiva la cerimonia dal maxischermo. Dentro, nel buio raccolto della Basilica di Santa Giustina, una marea silenziosa di persone, i gagliardetti dei Comuni e dei gruppi sportivi appoggiati lungo le navate, decine di carrozzine con altrettanti atleti delle discipline paralimpiche schierate vicino alla bara di legno chiaro.
Nessuno si è fermato a contare quante medaglie d’oro, d’argento e di bronzo fossero distribuite tra i banchi e le carrozzine.
Nelle prime file le autorità: l’ex presidente del Coni Giovanni Malagò, il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani con il suo predecessore Luca Zaia, il sindaco di Padova Sergio Giordani, e poi Bebe Vio, Alberto Tomba, una rappresentanza di colleghi del mondo dei motori.
C’è una grammatica che racconta la vita di Alex Zanardi meglio di qualunque biografia: è quella del congiuntivo.
L’ha intuito don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi e amico dell’ex pilota, durante l’omelia funebre celebrata martedì mattina davanti a quella folla raccolta. «L’indicativo lo sanno usare tutti – ha spiegato – è il modo della certezza, della sicurezza: questa è la versione giusta della vita. Il congiuntivo, invece, è una porta aperta: e se questa non fosse l’unica versione possibile?».
Alex viveva così: come se ogni giornata fosse un appuntamento al buio, un’improvvisata, con la curiosità di un bambino che non vuole sapere in anticipo cosa c’è in fondo al corridoio.
«Tutti sanno tutto, sono rimasti in pochi a chiedere perché», ha aggiunto don Pozza. E qui sta la differenza che la sua morte rivela: chi ama l’indicativo oggi piange l’atleta, chi ha il coraggio di osare il congiuntivo oggi rimpiange l’uomo, e gli dice grazie.
È stata questa, in fondo, la chiave per leggere tutto il resto: la carriera in Formula 1, i trionfi americani in Formula Cart, l’incidente del 2001 al Lausitzring che gli costò entrambe le gambe, la rinascita nel paraciclismo con quattro ori paralimpici, e infine il dramma del 2020 sulle strade senesi, sei anni di battaglia silenziosa fino al 1° maggio scorso.
Ma dietro al pilota c’era un uomo che la liturgia ha consegnato a un’immagine antica e potente: quella dell’atleta di Dio descritto da san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi, scelta come lettura della cerimonia. «Ogni atleta è temperato in tutto. Io però – scrive l’apostolo – non corro come chi è senza meta, faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, io stesso venga squalificato».
Don Pozza ha raccolto quelle parole come la sintesi più precisa dell’esistenza di Zanardi: «Ha corso tantissimo Alex, ma non l’ha mai fatto come un pugile che batte l’aria. Aveva sempre una meta». Una meta che non era la medaglia, ma l’incontro con l’altro. Lo dimostra l’episodio che il sacerdote ha raccontato dal pulpito: dieci anni fa, in un Autogrill dell’A14 tra Bologna e Taranto, il dialogo tra Alex e due detenuti del Due Palazzi, uomini con anni di carcere alle spalle e le mani sporche di sangue, reduci da un incontro pubblico. Zanardi li ascoltò come pochi li avevano mai ascoltati, poi li abbracciò e regalò loro una lezione che è diventata un piccolo testamento spirituale:
«Certe volte bastano cinque secondi in più per fare la differenza. Sono dappertutto, questi cinque secondi: negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro. È l’idea di provare a vedere se si può fare qualcos’altro rispetto a quello che stai per fare».
E lasciando i due ragazzi davanti al carcere, una confidenza a don Pozza: «Il problema non è se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Il problema è se hai sete oppure no. Troppo facile applaudire i campioni».
È in questa luce che si comprende anche la lettera che papa Francesco volle inviargli nel giugno 2020, pochi giorni dopo l’incidente in handbike: «Carissimo Alessandro, la tua storia è un esempio di come riuscire a ripartire dopo lo scontro. Attraverso lo sport ci hai insegnato a vivere la vita da protagonisti, facendo della disabilità una lezione di dignità».
Don Pozza ha chiuso l’omelia con la parabola dei talenti:
«Alex come tutti ha avuto dei talenti, ma la differenza non la fa il numero, bensì il merito di non essersi addormentato sopra. Questa per me è la pagina del Vangelo secondo Alex».
E poi un’immagine che resterà: «Mi dispiace, sorellaccia morte. Pensavi di averlo vinto, ma anche stavolta non hai fatto bene i conti. Ti sei presa il corpo, ma l’anima ti è sfuggita in un colpo di sorpasso, ed è andata a infilarsi dentro le storie di tanti ragazzi». Esattamente i ragazzi di Obiettivo 3, l’associazione che Alex fondò per avvicinare le persone con disabilità allo sport e che, da sotto i gradini del presbiterio di Santa Giustina, hanno fatto al loro “capitano” la promessa più importante: «Qui la corsa la continuiamo noi».
L’ultimo saluto quello del figlio Niccolò:
«Vi racconto l’Alex di casa, non quello che vince le Paralimpiadi, ma quello che il sabato sera impasta la pizza. Faceva tutto col sorriso. Non serve essere Alex Zanardi per una vita meravigliosa. Chiunque può averla».
Andrea Canton
Foto in evidenza: ANSA/SIR
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