Due immagini hanno accolto le cinquemila persone, tra cui tanti i giovani, che hanno partecipato alla Celebrazione eucaristica a Gemona del Friuli, in occasione del 50° anniversario del terremoto del 1976: il crocifisso martoriato dai crolli, recuperato dalle macerie del Duomo di Gemona, e l’effigie tanto cara al popolo friulano della Madonna di Castelmonte. Due immagini simbolo della fede di queste genti e della loro capacità di resistere e rialzarsi, anche dopo la lunga serie di eventi sismici che, dal 6 maggio fino a settembre del 1976, prostrarono queste terre provocando quasi mille morti, centomila sfollati e distruggendo o danneggiando quasi novantamila edifici.

L’inizio della Santa Messa, presieduta dal cardinale Zuppi e concelebrata da tanti vescovi, tra i quali anche monsignor Trevisi, è stato segnato dalla lettura del messaggio ai friulani che il Santo Padre, Leone XIV, ha trasmesso attraverso il cardinale Parolin.
Nelle sue parole, di unione spirituale nel suffragio per le vittime e
«ringraziamento per quanti, da diversi paesi, portarono soccorso, affiancando la solerzia instancabile delle comunità locali, che ha consentito una ripresa rapida della vita e una ricostruzione esemplare, modello di rinascita civile», il Papa evidenzia «l’apprezzata solidarietà umana e cristiana manifestata in quella dolorosa circostanza dalle comunità italiane ed estere” e auspica “che la memoria di così tragico evento susciti il rinnovato impegno nella promozione dei valori della fraternità e della carità».

Nella sua omelia, il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei,
ha esordito con il saluto friulano – mandi! – perché «con questa parola ci sentiamo subito a casa, servi gli uni degli altri, legati dall’amore» e ha rimarcato come questa rete d’amore ci porti a ricordare «quei tanti nomi e quell’immenso dolore» e i terremoti di oggi, come quelli provocati, nella nostra coscienza e nella nostra società, dalla guerra.

La comunione che ci dona Gesù ci unisce a chi fu colpito dal lutto, anche attraverso i tanti racconti di chi porta cicatrici nel proprio corpo e nell’anima. Il poeta Pierluigi Cappello – ha ricordato Zuppi – così descriveva il terremoto: «La grande casa era sul punto di prendere il volo. E poi la tragedia, l’Orcolat». Poi tanta gente comune, con i propri ricordi, fino a monsignor Alfredo Battisti, che per i terremotati fu una grande figura di riferimento.

Il cardinale Zuppi ha poi richiamato il Vangelo della Messa, che «pare stridere con questo dolore senza misura. “Non sia turbato il vostro cuore… abbiate fede…”. Chi pronuncia queste parole non è un uomo che sta bene e lo spiega a chi sta male, ma è un uomo, Gesù, che sta per essere ucciso.
È il nostro turbamento quello di cui parla, che non passa nemmeno a distanza di cinquant’anni. Gesù va a prepararci un posto: come chi ama vuole che l’amato sia assieme a lui. È per questo che lui è venuto dove siamo noi ed era qui in quella notte tragica. Ha attraversato anche lui il buio angosciante della sofferenza, della morte. Sappiamo che lui ci accompagna, non siamo soli, Gesù piange con noi!».

Zuppi ha poi rimarcato la sua stima per il popolo friulano e per quanti vennero in suo soccorso:
«Il terremoto distrugge, l’amore rimette assieme. Quelle settimane sono state una lezione per tutta l’Italia e per il mondo, per imparare cosa significa lavorare insieme senza opportunismi.
Si manifestò un “noi” forte, resistente, perché era chiaro e indiscusso che “il tutto è superiore alla parte”. Per questo dividerci è colpevole, ci rende impotenti dinanzi alla sofferenza.
Vorrei che oggi come allora dal Friuli partisse questa consapevolezza per il nostro Paese, per l’Europa e per il mondo. Con serietà e umiltà. Non si perde tempo per dividerci!

Per esempio, fu questa esperienza a dare fisionomia alla protezione civile e alla Caritas».
«Di amore ce ne fu tanto – come Zuppi ha rilevato rileggendo quei frangenti – la solidarietà ha aiutato tutti: chi ha aiutato e chi è stato aiutato. Così è la solidarietà. I friulani si sono fatti aiutare, rimettendo in piedi le fabbriche, le case e le chiese. Senza il lavoro i friulani avrebbero di nuovo lasciato le proprie terre. Ricostruire la casa è ricostruire la comunità, le relazioni. Questo ci è chiesto anche oggi, per difendere la casa comune – che è la terra – e farlo con la stessa serietà che abbiamo visto qui in Friuli».

Il cardinale infine ha citato Paolo VI, quando diceva che «il nostro cuore è come un sismografo: piangiamo e ridiamo insieme. Il primo bene è la solidarietà, il dolore si fa comunitario. Ci sentiamo fratelli, diventiamo cristiani, comprendiamo gli altri, esprimiamo amore disinteressato e sociale.

Oggi comprendiamo che dobbiamo tenere acceso il sismografo del cuore, attento al dolore degli altri».
A cura della redazione
Foto: Arcidiocesi di Udine.



























