Anche il Crocefisso terremotato è stato affettuosamente soccorso

Pubblichiamo l'intervista curata nei giorni del sisma del 1976 da don Dario Pavlovich per il Settimanale "Vita Nuova": esempio di narrazione "oltre la notizia"

Del Friuli parlano oggi molti. Quasi tutti. Forse troppi. Ma abbiamo voluto raccogliere una testimonianza da chi per giorni e giorni ha seguito da vicino la dolorosa vicenda di tante persone che hanno perduto casa e averi, ma non la speranza.

Abbiamo chiesto a Danilo Colombo, attualmente vice-capo redattore dei servizi giornalistici di Radio Trieste e nel passato corrispondente della RAI da varie parti del mondo di dirci le impressioni più profonde che nel suo animo di uomo sensibile e ricco di larga esperienza lascia questo evento di sofferenza e di morte. Danilo Colombo non cerca l’arida notizia; nel fatto vive il dramma, l’ansia di chi ha diritto di essere rispettato nel proprio dolore e preservato da curiosità inutile. Ha conversato con l’arcivescovo di Udine mons. Battisti, con molti sacerdoti. Li ha visti all’opera – anche se le circostanze non li rendevano riconoscibili per l’abito – insieme con i loro fedeli a ricercare tra le rovine qualcosa che aiutasse ancora a riprendere con coraggio la vita.

 

La mia prima impressione sui religiosi. Quando sono giunto, per esempio, al campo base di Artegna, ho cercato un religioso e non l’ho trovato. E mi sono reso conto che i religiosi erano, in realtà, confusi in mezzo alle loro popolazioni; non erano più i religiosi, vestiti come li vediamo ogni giorno, erano religiosi con pantalonacci, con jeans, magliette dei più svariati colori, intenti ad aiutare i propri parrocchiani in ogni lavoro fosse necessario. Estrarre dalle case le suppellettili, ritrovare cose che sono così care ai friulani, come una fotografia, un quadro, un ricordo, un vecchio album di famiglia.

E ho visto anche questi religiosi preoccuparsi più della sistemazione dei loro parrocchiani, che non per le loro chiese.

Molte chiese in rovina, molte chiese che hanno dovuto essere abbattute.

Mi sono recato poi nella zona montuosa a nord-est di Udine. E ho potuto vedere che in mezzo a queste comunità tagliate un po’ fuori da tutto il resto l’opera dei religiosi aveva un significato forse ancor più importante: in quanto alcune di queste chiese, come quella di Stella, sono state costruite dalle stesse popolazioni, le stesse donne hanno portato i sassi per costruirle, si son fatte parte importante nella costruzione di queste chiese. E in esse queste popolazioni vedono in un certo senso la loro speranza, il loro collegamento con qualcosa che può chiamarsi già domani. A Stella, ad esempio, la popolazione ha fatto il possibile per tirar fuori dalla chiesa completamente disastrata cose che, fra l’altro, non hanno alcuna importanza artistica: statue di terracotta, di gesso che ognuno potrebbe comperare dai figurinai di Lucca, dai figurinai toscani e costano pochi soldi.

Eppure per questa gente, queste statue di santi hanno un’importanza fondamentale, in quanto ognuna ricorda un particolare momento della loro vita… si ricollega al passato. Ho visto anche ricuperare gli ex-voto… molto semplici, così commoventi perché opera soprattutto di naifs, dipinti su tavola o su tela, da mani inesperte, e che pure hanno in sé stesse un valore enorme, in quanto rappresentano un momento di grazia, un momento in cui questi uomini che hanno pensato di appenderli nelle loro piccole chiese hanno trovato una specie di comunicazione particolare con qualcosa di Supremo, che sovrasta la loro vita di ogni giorno.

E ho visto, soprattutto, nelle chiese disastrate, cercare di ricuperare i crocifissi, in molti casi, in condizioni pietose; ho visto ricuperare un crocefisso completamente mutilato di un braccio… s’è fatta avanti una donna e insieme ad un sacerdote, con un cerotto, ha messo a posto questo braccio del Cristo. Quasicché anche allo stesso Cristo terremotato vi fosse necessità di portar soccorso, a significare un atto di amore nei suoi confronti.

 

Lei parla di un atto di amore? Ma ha notato anche segni di disperazione, di ribellione? Mancanza quindi di fede?

È inutile nascondere certe verità. Nel momento del dolore anche l’ingiuria può affiorare alle labbra di una persona ferita a morte in ciò che ha di più caro. In un paesino un uomo s’è fatto accanto: «Faccia qualche cosa per noi, perché qui siamo dimenticati da Dio e dagli uomini». «Come abbandonati da Dio» gli ho risposto «se basta un terremoto per farvi perdere la fede in Dio, la vostra fede dev’essere molto debole».

E parlando a lungo mi son reso conto invece che si trattava soltanto di un momento di disperazione, di panico. In realtà, la fede rimane integra e sana; si vede in questa fede l’unica ancora di salvezza in questo momento.

E in quanto all’abbandono degli uomini, bisogna dire che in molte zone isolate purtroppo gli aiuti erano arrivati in ritardo. Ma quando gli uomini sono arrivati e gli uomini erano di ogni nazionalità, di ogni parte di Italia, questi hanno fatto arco di fraternità. E c’è una cosa che voglio dire: mi è sembrato, soprattutto da parte di molti friulani, che vi fosse una specie di pudore nell’accettare questi doni offerti, e mi son sentito in dovere di dire loro che «in questo momento accettare un dono è più difficile che farlo». Perché in ogni dono vi era quello che ognuno possedeva e voleva offrire per amore. Era come un ritrovarsi fra uomini che hanno qualcosa da dare e uomini che devono avere la grazia di saper accettare.

 

Pur nella precarietà della sistemazione, la vita continua. Ha assistito a qualche particolare momento della vita che rifiorisce? Alla cerimonia di qualche rito religioso di speranza?

Al campo base di Artegna sono stati celebrati tre matrimoni: uno con il rito civile, due con il rito religioso. Ho assistito al terzo matrimonio. E realmente hanno cercato di ricreare l’atmosfera della chiesa in una maniera meravigliosa. Dei giovani scouts hanno sistemato una rozza croce in legno e l’hanno inchiodata ad un palo della porta, in quanto il campo di Artegna è sistemato nel campo sportivo.

Ho visto che tutti partecipavano alla gioia di questa coppia; e i radioamatori che fino a quel momento avevano trasmesso dati tecnici, a tenere contatti con le varie tendopoli, con la Prefettura di Udine, si sono sentiti in dovere di rallegrare questo matrimonio mandando messaggi ovunque.

Nel giro di pochissime ore sono arrivate le cose più disparate: una roulotte offerta dall’Ospedale di Mirano, sono arrivati gli abat-jour, i materassi, le coperte, e da 60 chilometri di distanza addirittura una torta a tre strati, con le figurette dello sposo e della sposa in cima. E logicamente quanto il parroco ha detto a questi sposi che chiedevano il matrimonio in un momento così difficile, era veramente semplice e toccante: un inizio in una situazione drammatica e tragica. E mi è sembrato che il terremoto, pur nella sua drammaticità, abbia portato nuovamente gli uomini sulla strada della fraternità.

Purtroppo c’è una considerazione da fare: seguendo moltissimi di questi disastri naturali, come corrispondente, ho constatato che è una cosa ben triste che gli uomini si sentano fratelli in occasioni come questa e nel giro di poche settimane perdano questo senso della fraternità, presi nuovamente dai loro egoismi, dai loro piccoli problemi, dalle loro piccole cose. Stupisce ed avvilisce;

ritrovata, questa fraternità sembrerebbe dovesse continuare nel tempo. E purtroppo non è così. Dobbiamo far tesoro di questo momento, dobbiamo capire, che se nella sventura possiamo essere fratelli, dobbiamo essere fratelli anche nella gioia.

 

Mi permetta di chiederle ancora: vi è qualche episodio che lei ritiene di dover sottolineare? Qualche incontro con bambini, vecchi, persone sole, sacerdoti?

Pensi ai bambini. Sono coloro che in questi disastri toccano più il cuore. In un certo senso sembrano immersi in una specie di festa nuova. È la parola giusta, credo; qualcosa di nuovo che non hanno mai sperimentato. Si vedono questi bambini dagli occhi grandi, sbalorditi, ancora impauriti da quanto è successo…

si vedono andare per le tendopoli con un desiderio di giocare, di trovare un contatto con tutti, e forse nei loro occhi si riflette qual cosa di estremamente importante: il bisogno di riallacciarsi alla vita…

Lei mi domandava di sacerdoti. Sì, li ho visti questi sacerdoti. E devo dire la verità che dopo aver pensato alle case dei loro parrocchiani, pensano un po’ anche alle loro parrocchie, alle loro chiese, perché anch’essi, cadute le loro piccole case canoniche, erano terremotati fra i terremotati, e avevano bisogno di tutto.

 

Vuole concludere aggiungendo qualche altra osservazione? Ci sembra che la sua testimonianza ci abbia introdotti nella realtà di una esperienza insieme tragica e aperta alla vita: la realtà di questo Friuli, forte anche nella prova, lei ce l’ha data con immediatezza di cronista, ma con cuore di chi sa condividere mentre narra il dolore altrui.

Si, ho dato solo delle impressioni. Vede, io sono un laico, un cattolico non tra i migliori, quindi non posso fare discorsi di profonda fede cristiana, e come ho detto, non so perché, io ho sentito in queste chiese disastrate, accanto a questi campanili che devono venir giù, qualcosa che ferisce profondamente l’anima, in quanto

queste chiese e questi campanili rappresentavano qualcosa di più della sola speranza… erano un patrimonio, in parte perduto, ma ricordavano pure che la fede continua, perché essa non ha bisogno di pietre.

Dario Pavlovich

 

Per la ricerca in archivio e la scansione dell’articolo originale si ringrazia la Biblioteca del Seminario di Trieste nella persona della dott.ssa Elettra Maria Spolverini.

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