Insieme in preghiera per ricordare le vite umane spezzate

Alla Veglia “Morire di speranza” l’invito a incontrare e integrare le persone per evitare il loro “secondo naufragio” dopo l’arrivo nel Paese di destinazione.

Martedì 30 giugno nella Chiesa di Sant’Antonio Vecchio ha avuto luogo la Veglia di preghiera “Morire di speranza”, in memoria di quanti hanno perso la vita nel viaggio verso l’Europa. La Veglia, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, è stata presieduta dal Vescovo Enrico Trevisi e ha visto la partecipazione di altre associazioni triestine impegnate nell’accoglienza e nell’integrazione.

Presenti anche tanti che, in prima persona, hanno affrontato i viaggi della speranza in cerca di un futuro migliore, insieme a famiglie giunte con i Corridoi Umanitari, progetto realizzato da Sant’Egidio insieme alle Chiese protestanti italiane e alla Cei, che in dieci anni ha permesso a oltre 7mila persone di raggiungere l’Europa in modo legale e sicuro.

La Veglia ha offerto un momento per fermarsi a riflettere sulle migliaia di vittime innocenti morte in quel Mediterraneo che è diventato un “cimitero senza lapidi” e per fare un esame di coscienza, come ha chiesto Papa Leone nel suo recente viaggio alle Canarie. 

Dal 1990, oltre 70mila persone sono morte o scomparse lungo le rotte migratorie nel tentativo di fuggire da guerre, povertà, persecuzioni e fame. Nei primi mesi del 2026 le vittime sono state 1681 e, tra di loro il 28,8% è rappresentato da donne e bambini. Sono dati e numeri dietro ai quali si celano persone e volti e, proprio per questo, durante la preghiera sono stati ricordati alcuni nomi e storie di chi ha perso la vita.

A ogni nome è stata accesa una candela per aiutare a ricordare e a non dimenticare. Anche i fiori appoggiati sui banchi della Chiesa e alzati da tutti durante il canto sono un segno concreto che aiuta ad arginare l’indifferenza e la tentazione all’abitudine a simili tragedie quotidiane.

Il Vescovo, nella sua omelia, ha voluto citare brani dei discorsi di Papa Leone alle Canarie, in particolare quelli tenuti l’11 e il 12 giugno a Tenerife e Gran Canaria, luoghi  che per tante persone rappresentano una frontiera verso il futuro. I temi più toccanti sono quelli della dignità umana che va difesa in ogni situazione e del dovere di accogliere e integrare. Accanto a questo, la questione del diritto a cercare rifugio insieme al diritto di rimanere a casa, di non dover lasciare la propria terra per scappare da guerre e fame. L’appello forte del Papa è stato fatto anche rivolgendosi direttamente ai trafficanti di essere umani e a chi sfrutta la disperazione: “Fermatevi! Convertitevi! Per ogni vita perduta dovrete comparire davanti alla giustizia divina!”.

Le parole del Papa sono un appello anche alla Chiesa tutta, perché non si limiti all’integrazione come a un compito sociale e affidato ai volontari o a chi è in prima linea, ma sia una Chiesa che annuncia  e testimonia Cristo.

È stato sottolineato, poi, come 

dopo l’arrivo ci sia un secondo naufragio, silenzioso e nascosto, “ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza lavoro, senza legami… Integrare significa impedire questo secondo naufragio”. Sono parole che spingono a mettersi in gioco per conoscere prima di tutto questa realtà e per lasciarsi coinvolgere nel sogno di una vita diversa per tanti fratelli e sorelle che giungono da lontano.

Questo momento di preghiera comune – che la Comunità di Sant’Egidio propone ogni anno in tante città d’Italia, d’Europa e del mondo – anche quest’anno a Trieste, città di confine e frontiera di arrivo di migranti, ha avuto un’importanza significativa e ha toccato il cuore di quanti si sono messi in ascolto e si sono lasciati interrogare da storie e parole che possono cambiare la vita.

Valentina Colautti

 

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