Docenti IRC a Trieste: la formazione nel segno della cura

A Trieste la formazione dei docenti IRC affronta cura, speranza, pace, dialogo e responsabilità educativa, con mons. Trevisi, Riccardi e Pasqual.

In concomitanza dell’avvio del nuovo anno scolastico, il 2 settembre 2026,  presso il seminario vescovile di Trieste, si è tenuto il corso di formazione annuale per docenti IRCDopo gli interventi da parte del dott. Stefano Formigoni (Presidente della FISM Trieste) e di Alessia Cividin (Vicepresidente dell’UCIIM), che hanno illustrato la programmazione delle attività di formazione degli incontri e delle iniziative previsti per l’a.s. 2026/27, l’apertura ufficiale dei lavori è stata curata dal Vescovo mons. Enrico Trevisi con un momento di preghiera e di accoglienza in cui ha sottolineato e ripreso il tema della lettera che ha accompagnato l’Anno Pastorale 2025-2026 nel contesto del Giubileo e del cammino sinodale della diocesi.

La cura come stile della Chiesa e dell’educazione

Il documento intitolato Ha cura di voi, si fonda sulla  Prima Lettera di Pietro, capitolo 5, versetto 7: (1Pt 5,7): «Riversate su Dio ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi»Il Vescovo Trevisi ha ribadito che:

il tempo presente è segnato da stanchezza, tristezza e disorientamento, condizioni che toccano profondamente i ragazzi, le loro famiglie e il mondo della scuola

Ha sottolineato che questa fragilità non va interpretata come colpa, ma come il sintomo di una cultura malata, spesso incapace di generare fiducia e speranza.
Trevisi ha poi ricordato con forza che Dio ha cura di ciascuno: questo non è un concetto astratto, ma una realtà concreta che attraversa la vita quotidiana. Ha insistito sul valore della memoria, invitando gli insegnanti a aiutare gli studenti a riconoscere nella loro storia personale i segni della presenza di Dio, anche nelle ferite e nelle faticheHa inoltre affermato che la cura è lo stile della Chiesa e deve diventare anche lo stile dell’educazione: cura delle relazioni, delle fragilità, dei ragazzi che non trovano il loro posto, delle famiglie ferite, del creato, della pace. Ha invitato gli insegnanti a essere presenza che ascolta, consola e sostiene, perché la scuola è uno dei luoghi in cui la cura di Dio può diventare visibile e credibile.
Il Vescovo ha concluso ricordando che,

in un tempo che spesso toglie il respiro, i docenti di IRC possono aiutare i giovani a scoprire che Dio non abbandona nessuno e che la speranza è ancora possibile.

Andrea Riccardi: fede, cultura e pace contro la “cultura della potenza”

Dopo l’intervento di due docenti che hanno raccontato e descritto alcune esperienze didattiche condotte nell’anno scolastico precedente sul tema della cura, è stato introdotto il video di Andrea Riccardi, Fondatore della Comunità di sant’Egidio.

Il relatore ha esordito richiamando la fase storica – da considerarsi ormai conclusa – della cosiddetta “globalizzazione felice”, fase in realtà irta di contraddizioni ed ora sostituita da un mondo deglobalizzato che vive in un’“età della forza” in cui emergono le differenze.
È stato quindi portato all’attenzione dell’uditorio il concetto di “cultura della potenza”, tema ricorrente nella prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas (2026) che denuncia una visione del mondo fondata su dominio, competizione, tecnocrazia e logiche di forza, contrapposta alla civiltà dell’amore proposta dal Vangelo.
In presenza di queste oscillazioni di pensiero uomini e donne di oggi, soprattutto giovani, rimangono spaesati: nati in un orizzonte “globale”, sono ora chiamati ad un ambito vitale e di pensiero più ristretto.
Quale può essere la risposta alla “spaesamento”? La cultura umana, quella che ci consente di orientarci e di “ordinare” tutte le informazioni che ci arrivano, rendendoci “uomini liberi” anche rispetto ad atteggiamenti unificanti in senso negativo (es. nei confronti degli stranieri identificati come “invasori”).
In questo contesto si inserisce anche la cultura religiosa.
Le visioni religiose del passato (che mobilitavano anche le masse), pur apparentemente destinate al declino, trovano ancora spazi esistenziali importanti anche a livello sociale e politico (pensiamo alla cosiddetta “sacralizzazione della guerra”).
Contemporaneamente, si assiste ad un analfabetismo religioso che sostituisce il conformismo religioso d’altri tempi in una società secolarizzata.
In questo contesto si fa strada l’esigenza di dialogare in modo nuovo tra religioni, tra rappresentanti della vita religiosa (nel nostro caso, quella cattolica con le altre).
Qui, Andrea Riccardi ha rammentato il valore dell’incontro di Assisi del 27 ottobre 1986. In quell’occasione, Papa Giovanni Paolo II ha convocato nella città di san Francesco rappresentanti di tutte le principali religioni del mondo: cristiani di diverse confessioni nonché ebrei, musulmani, buddhisti, induisti, sikh, scintoisti, religioni tradizionali africane, ecc. L’obiettivo era pregare per la pace, ciascuno secondo la propria tradizione, ma uniti nello stesso luogo: non uno contro l’altro, ma uno accanto all’altro.
È stato un gesto senza precedenti nella storia della Chiesa. Non un’immagine sincretistica, ma di dialogo tra religioni orientato alla pace sociale.
Il Papa ha ricordato che la pace è un dono di Dio, ma anche un compito umano, che le religioni non devono mai essere strumento di conflitto, che la violenza non appartiene alla vera natura della fede, che l’umanità deve scegliere la via del dialogo, non quella della forza.
Ha affermato che la preghiera comune, pur nella diversità, è un segno che la pace è possibile.
Fu un evento decisivo, considerato un punto di svolta nel dialogo interreligioso, un gesto profetico contro la “cultura della potenza” e della guerra, un simbolo della fraternità universale, un modello per tutte le iniziative successive della Chiesa sulla pace.
Sulla scia di tale percorso siamo chiamati alla maturazione dell’identità della nostra fede ed a metterci al servizio di un mondo in cui vige una convivenza pacifica.
Concludendo, Riccardi ha affermato che, per contrastare l’ideologia del vuoto, è necessario rimanere ancorati a tre principi valoriali: la fede, la cultura, la pace.

Educare significa anche indicare un limite

L’ultimo intervento della giornata è stato riservato a Matteo Pasqual, educatore, pedagogista e formatore sociale che lavora sul campo, dentro scuole, gruppi informali, associazioni e territori, con un approccio centrato sulla prevenzione educativa, la ricostruzione dei legami sociali e la formazione degli adulti.

Il relatore ha esordito in modo empatico e originale affrontando la tematica dell’“adultità” e dell’“essere adulti” che rappresentano per gli adolescenti e i più giovani un modello di coerenza: “faccio ciò che dico e dico ciò che faccio”.
Partendo da questo presupposto, si è indagato sull’atteggiamento dell’ adulto di oggi, che spesso teme di entrare in conflitto con un ragazzo e pertanto evita di porgli dei limiti. Se è vero che la libertà è “essere sé stessi”, è altrettanto vero che essa si esercita conoscendo il proprio limite: la bellezza di quest’ultimo consiste nel definire lo spazio che ciascuno di noi vive.
L’adulto non deve perdere di vista questa esigenza del giovane: deve offrirgli un limite, fornendogli in questo modo una bussola, un orientamento per la vita.
È inoltre necessario saper usare correttamente il perdono, incominciando col saper perdonare sé stessi.
Il perdono nei confronti del minore assume la dimensione culturale di “tempo di attesa”, cioè di scarto temporale tra l’errore commesso e il suo riconoscimento per rinascere, per “tornare in vita”. Nessun ragazzo deve pensare che, se ha sbagliato, “è definitivamente fuori”. Quest’ultimo modo di sentire rende fragili e arriva a indurre pensieri distruttivi.

Matteo Pasqual ha ricordato che, purtroppo, nella fascia d’età dai 16 ai 24 anni il suicidio è la seconda causa di morte e può realizzarsi anche attraverso incidenti “voluti” e non semplicemente “capitati”. Ci si deve chiedere, a questo punto, perché in un tempo della vita in cui la natura spinge a sbocciare, a fiorire, i ragazzi decidono di “andare via”. La risposta va ricercata nella mancanza di cura in termini di custodia della loro vita da parte degli adulti.

La cura è una necessità già presente della persona nel momento in cui viene allattata: è dimostrato che, se la madre allatta il figlio guardando il cellulare, nel bambino si innalzano i livelli del cortisolo, ormone dello stress. Una persona non trova i suoi punti fermi, le sue radici, se non riceve “sguardi di bene”.
Per questo gli educatori non devono mai perdere di vista la dimensione umana, che dà senso alla vita: la speranza nasce se viene “ridata umanità all’umano”.
Gli adulti, spesso, non riescono ad assumere questi comportamenti nei confronti dei giovani perché sono, a loro volta, fragili o – come li ha definiti il relatore – “adultescenti”.

È necessario che chi educa (nella scuola, nel campo religioso, come genitore) assuma il ruolo di indicare il limite, nell’ambito del quale il minore possa “stare bene” senza maturare la convinzione del diritto all’impunibilità e senza sentirsi onnipotente (caratteristica del Creatore, non delle creature).
Sta al genitore (o all’educatore) comportarsi da adulto anche di fronte alle difficoltà,  abbandonando l’atteggiamento di delusione di fronte a un ragazzo “che non funziona”.

Pasqual ha criticato a questo punto tutte le etichette che vengono applicate ai nostri alunni/studenti per trovare ad ogni costo una definizione/motivazione che giustifichi i problemi manifestati dai minori. L’esortazione finale rivolta ai docenti IRC è stata questa:

Siate portatori di speranza, offrite un “tempo di scarto” per perdonare, perdonatevi per primi, imparate ad osservare anche i “momenti di bene” dei nostri ragazzi (momenti che spesso ci sfuggono perché cerchiamo soprattutto quelli negativi) e, infine, imparate ed insegnate a rinascere dagli errori.

A conclusione della prima giornata di formazione si sono festeggiate le due docenti che hanno concluso il loro periodo lavorativo, con l’impegno di ritrovarsi nelle due giornate successive per affrontare altre significative tematiche formative.

Rita Manzara

 

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