Il miracolo del perdono e della riconciliazione

A 80 anni dal martirio del giovane prete di Grisignana, tra ricerche e memoria, le comunità di Trieste e dell’Istria unite nel segno della sua testimonianza

“Che Dio ci perdoni tutti”. Sono le ultime parole pronunciate da don Francesco Bonifacio qualche istante prima della sua uccisione. Parole di misericordia e di perdono rivolte a chi, in quel momento, lo stava torturando, ma possiamo pensare che le stesse parole fossero rivolte anche a coloro che avevano preparato il suo martirio: “È meglio uccidere il pastore, così si disperderà il gregge”, era stato sentenziato in una riunione di coloro che allora comandavano.

Misericordia e perdono hanno guidato tutta la sua vita di sacerdote e pastore. Un messaggio forte il suo che vale ancora oggi in un mondo,  diverso da allora, ma ancora diviso, conteso, lacerato.

Francesco era cresciuto in un clima di serenità e di dignitosa povertà, caratteristiche che, unite all’umiltà e a un profondo senso religioso della vita, lo hanno accompagnato in tutta la sua, pur breve, esistenza. Sono tantissimi i ricordi e le testimonianze dei suoi compagni di studio nei seminari di Capodistria e di Gorizia che lo attestano.  Come ù

  • il vescovo Antun Bogetić che in seminario lo ebbe suo superiore: “Un chierico che tendeva alla perfezione per diventare un sacerdote secondo il cuore di  Cristo”.
  • Francesco, già da giovane, uomo di preghiera e di unità, come lo ricorda il suo condiscepolo Oliviero Bullesi: “Intento al suo progetto spirituale, lontano da pronunciamenti, contestazioni o piccole agitazioni che possono avvenire nella comunità del seminario”.
  • O, ancora, il ricordo di don Claudio Privileggi: “Don Francesco era semplicemente buono perché semplice, umile, paziente, forte, coraggioso, generoso, altruista, fedele, obbediente, eroico sullo sfondo di una semplicità evangelica”.

Ecco, già tutto questo basterebbe per delineare in modo completo il profilo umano e spirituale di questo “santo della porta accanto”, come avrebbe detto Papa Francesco. Ma credo sia importante fare memoria della doppia fedeltà di don Francesco:

al Signore Gesù, “vivere in profonda comunione con il Signore, nulla anteponendo alla sua conoscenza, per vivere di Lui, in Lui, con Lui”. Questo suo programma esprime la radicalità del Vangelo che egli ha vissuto, amato, comunicato nel ministero sacerdotale e pastorale. Oggi lo offre a noi con la freschezza della santità che non conosce l’usura del tempo. E poi la fedeltà alla sua gente, ai fedeli della sua curazia, rimanendo sempre al loro fianco, in ogni circostanza, specie nei momenti più drammatici.

Sì, perché don Francesco, nel suo breve ma intenso ministero, ha vissuto tutti i drammi del secolo scorso: la durezza del fascismo di confine, la guerra, l’armistizio, l’occupazione tedesca della Venezia Giulia, la liberazione dal nazifascismo, l’occupazione dell’Istria da parte dei partigiani jugoslavi di Tito. Momenti drammatici quando, con un coraggio sconfinato che gli proveniva dalla fede, di notte andava a recuperare i morti lasciati sul campo di battaglia, per dar loro degna sepoltura; o quando andava a difendere i più deboli, vittime di sopraffazioni e di minacce. “Dove c’era bisogno, lui non si risparmiava, anche a costo della vita. Don Francesco fu per Villa Gardossi come un raggio di sole dopo una notte tempestosa. Più il pericolo aumentava, più la fede si rafforzava”, questa la testimonianza di Antonia, una delle ragazze dell’Azione Cattolica di allora.

C’è un altro aspetto della vita pastorale di don Francesco sul quale vale la pena soffermarsi: riguarda le omelie e la catechesi in genere. Egli era ben consapevole che la Parola di Dio e gli insegnamenti della Chiesa allora passavano solamente attraverso la sua parola. Del resto la celebrazione dei Sacramenti e la stessa Santa Messa, comprese le letture (l’Epistola e il Vangelo), si svolgevano in latino, la lingua ufficiale della Chiesa che a Villa Gardossi-Crassiza ben pochi conoscevano. Per questo don Francesco curava molto la preparazione delle omelie: dopo aver scelto il tema e gli argomenti da proporre ai fedeli, e dopo aver passato un certo tempo di meditazione davanti al Santissimo Sacramento, si ritirava nella sua stanza a scrivere l’omelia sul quaderno, che poi leggeva e rileggeva. Ed è bello ricordare tutto questo con le sue stesse parole:

“La catechesi domenicale è come una mini teologia presentata da popolani a popolani che deve lasciare un segno. Poco o nulla vale predicare se io non dimostro di praticare la Parola di Dio. […] la predicazione richiede sacrificio, va preparata bene senza ricopiarla da testi o riviste; si è troppo miseri se si dimostra di non voler faticare. La Parola di Dio va studiata, assimilata, prima di proclamarla; io sono chiamato ad essere uomo di Dio, come uomo, come cristiano, come sacerdote, sono prediletto da Dio per poter essere ostensorio della sua santità”.  

Ma ormai i tempi stavano diventando sempre più difficili: per la gente, per la Chiesa, anche per don Francesco. Scrive nel suo quaderno di “Memorie segrete”: “Il mondo attorno a me è come un edificio senza base, tanti uomini hanno nel cuore rancore, vendetta. Mi pare proprio impossibile che la libertà venga negata proprio dai nuovi liberatori del popolo, da coloro che un tempo si professavano credenti. Da questi falsi profeti noi siamo circondati”. Don Francesco sapeva interpretare teologicamente la storia: “Dio non è l’autore  del male. E quanto avviene di malvagio nel mondo, avviene per opera dell’uomo intristito  dal peccato”.

L’11 settembre 1946 l’epilogo della vita terrena di don Francesco. Ormai i segnali, le minacce, le provocazioni erano esplicite; sapeva bene a cosa sarebbe andato incontro rimanendo tra la sua gente, come egli desiderava. Aveva ben presente, da un parte, la vicenda del parroco di Grisignana: perseguitato in modo grave, nel giugno del 1946 era fuggito a Trieste, salvandosi. Ma don Francesco aveva presente anche un’altra situazione: un suo confratello, qualche anno prima, avendo deciso di rimanere tra i suoi fedeli, era stato ucciso. Cosa doveva fare? Si consigliò con il suo vescovo, Antonio Santin, e decise di rimanere: non avrebbe mai tradito la sua gente, i suoi giovani. A loro aveva promesso di non abbandonarli e sarebbe rimasto con loro fino alla fine. 

La sera di quell’11 settembre si consumò la tragedia: mentre ritornava da Grisignana verso la sua casa, venne arrestato, ucciso, martirizzato e il suo corpo fatto sparire, per sempre.

Ancora oggi, con impegno, si stanno cercando i suoi resti. Una legge votata dal Parlamento della Croazia impone la ricerca che continua, nonostante la fatica dell’incertezza, dei silenzi, delle omertà. Ma questa ricerca ha fatto sì che nascessero tanti rapporti nuovi, collaborazioni, amicizie là dove ieri c’era sospetto, indifferenza, incomunicabilità. Un clima nuovo insomma, impensabile solo qualche tempo fa:

è il vero miracolo di don Francesco che da lassù continua a essere presente nel cuore della gente, della sua gente, come certamente ha lavorato nel cuore di diverse persone che hanno avuto delle responsabilità nel suo martirio. Perché il perdono che don Francesco ha donato nel momento culminante del suo martirio sicuramente non  può essere andato perduto.

Mario Ravalico

Foto in evidenza: Diocesi di Trieste

 

BIOGRAFIA DEL BEATO DON FRANCESCO BONIFACIO

Francesco nacque a Pirano il 7.9.1912. Il clima di semplicità, laboriosità e preghiera in famiglia, aiutò Francesco, secondo di sette fratelli, a seguire la vocazione al sacerdozio.

Adolescente entrò nel seminario minore di Capodistria, continuando poi gli studi teologici a Gorizia. I condiscepoli lo ricordano per la sua mitezza e fedeltà al dovere.

Il 27.12.1936, nella Cattedrale di San Giusto a Trieste, venne ordinato sacerdote. Dopo due anni di ministero a Cittanova dove si occupò principalmente della gioventù, nel 1939 fu nominato curato di Villa Gardossi (Crassiza). Qui, con diligenza, si impegnò a formare la comunità cristiana attraverso la catechesi, i sacramenti, l’Eucaristia, la visita agli ammalati e soprattutto l’educazione dei giovani mediante l’Azione Cattolica.

La sua vita, tutta dedita al ministero, faceva di lui un ostacolo per coloro che volevano allontanare il senso religioso dal cuore della gente.

L’11.9.1946, mentre ritornava da Grisignana, venne “fermato” e “fatto sparire”.

Tutti concordano nel ritenerlo un testimone di Cristo.

Il 4.10.2008, nella Cattedrale di San Giusto, venne proclamato beato, martire in odium fidei.

 

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