Una mattina di febbraio ci sentiamo. Sono veramente felice di incontrarla personalmente, seppur al telefono, dopo averla vista ed essere rimasta incantata mentre traduceva nella lingua dei segni le parole di papa Francesco. Si tratta di Suor Veronica Amata Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la Pastorale delle persone con disabilità della Cei e anche consultore del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Le faccio un’unica domanda: secondo il suo punto di vista, qual è oggi l’atteggiamento della Chiesa verso le persone con disabilità? Le sue parole fluiscono veloci a dipingere un quadro in movimento, in un tempo culturalmente propizio a dar voce a tutte quelle persone che, per troppo tempo, voce non hanno avuto. Ne esce un orizzonte di speranza che fa veramente bene al cuore.
«Negli ultimi trent’anni, ma in particolare negli ultimi dieci si è fatto tanto, sia a livello civile che ecclesiale. La sfida più grande è stata nell’essere passati da un progetto per loro a un progetto con noi. Siamo fratelli tutti»
esordisce subito e racconta i cambiamenti culturali nel mondo della disabilità e di come la Chiesa stia lavorando per rendere la fratellanza un’esperienza concreta di accoglienza. Il passaggio da “loro” a “noi”, una condizione indispensabile, che segna un cambiamento epocale.
Il pensiero cristiano ha sempre riconosciuto un valore spirituale al prendersi cura delle persone con disabilità ma lei sottolinea: «Per lo più si trattava di forme di assistenzialismo che, seppur buone, non creavano le condizioni per una vera autopromozione della persona. Non possiamo infatti dimenticare che fino a trent’anni fa era quasi normale che ad un disabile venissero rifiutati i sacramenti».
Ricordare il passato è necessario per rimarcare i cambiamenti e per sottolineare il cammino intrapreso. «Oggi» continua
«stiamo vivendo un tempo ricco di opportunità per andare incontro alle istanze delle persone con disabilità, alle loro famiglie e ai caregiver. Il rapporto tra fede e disabilità è profondamente cambiato. Una nuova cultura, uno sguardo nuovo hanno aperto spazi di partecipazione vera delle persone differentemente abili anche all’interno della Chiesa.
Tre sono gli orizzonti che ci muovono:
- quello pastorale
- i passaggi di vita
- il mondo dell’abitare.
Il primo è un servizio per tutti i progetti e gli uffici che stanno nascendo sui territori. Una particolare attenzione va anche ai passaggi di vita, affinché le persone possano viverli nella spiritualità e nel rispetto di ciascuno».
E poi c’è il mondo dell’abitare. «La presenza e la partecipazione delle persone fragili» prosegue ancora Suor Veronica «rappresenta una grande opportunità anche per rafforzare, all’interno delle nostre comunità, rapporti di rete con molti enti e associazioni che sostengono e accompagnano i progetti di vita autonoma, oltre che collaborazioni con gli altri uffici pastorali della Cei. Attraverso la Caritas diocesana, ma anche con i fondi dell’8×1000 ci sono realtà che sostengono e accompagnano progetti di vita indipendente, in particolare per quanto attiene il lavoro, ma anche l’autonomia abitativa: due elementi fondanti per la realizzazione di un vero progetto di vita. Senza dimenticare l’attenzione alle famiglie, in particolare ai caregiver, ma anche al tempo libero».
La sua riflessione si sofferma in particolare sul concetto di progetto di vita che, per chi non lo sapesse, è un diritto soggettivo e personalizzato, finalizzato all’inclusione sociale e alla vita indipendente, sancito con la legge 328 del 2000 e le ultime norme del 2024 che, sottolinea suor Veronica, «ha definitivamente fatto uscire le persone dal ruolo di soggetti fragili da assistere a costruttori e co-partecipi della propria vita, all’interno delle proprie comunità. Tutto ciò ha ulteriormente rafforzato, anche nella Chiesa, il senso del dono che le persone con disabilità e le loro famiglie rappresentano per le nostre comunità ecclesiali. Un dono che, anche nelle nostre attività diocesane e parrocchiali sollecita alla conoscenza e alla ricerca di nuove modalità e strumenti atti a realizzare una vera accoglienza per tutti». Ne è un esempio la catechesi inclusiva che, per chi non lo sapesse, usa ed utilizza linguaggi adeguati, come la comunicazione aumentativa alternativa e le mappe concettuali, per facilitare l’apprendimento e promuovere una vera integrazione di tutti e per tutti.
«C’è un quarto ambito che in questi anni è stato di interesse ed è la ricerca» incalza ancora suor Veronica «un modo per conoscere, riflettere e aiutare la nostra Chiesa a diventare un luogo più inclusivo. Penso, in particolare, al rapporto “Disabilità e povertà nelle famiglie italiane”, realizzato dalla fondazione Zancan nel 2024, presentato anche in molti contesti ecclesiali, che aveva, come obiettivo, promuovere l’inclusione, il superamento dell’assistenzialismo e la valorizzazione delle risorse familiari.
Abbiamo così scoperto che il 32% delle persone con disabilità è a rischio povertà o esclusione sociale. Ma abbiamo avuto anche modo di comprendere che molte famiglie con chiedono più assistenza o più soldi, ma piuttosto un rafforzamento della filiera dell’accompagnamento, per rendere attuabile, concreto e reale il progetto di vita. Ciò che ne è emerge è il bisogno di uscire dalla solitudine per vivere l’esperienza della disabilità non più come un fattore di esclusione ma piuttosto un’occasione per attivare percorsi di partecipazione fraterna».
La nostra conversazione si avvia alla conclusione e Suor Veronica ci tiene a ribadire un’ultima cosa: «Siamo in cammino. Non tutto e dappertutto le cose sono perfette ma la nostra Chiesa, pur nelle sue imperfezioni e nella varietà delle esperienze territoriali, ha avviato un percorso da cui non è più possibile tornare indietro. Ed è il passaggio da “loro” al “noi”, che dice qual è il vero senso di appartenenza: l’essere parte viva di una comunità, di un corpo, che è Cristo».
A cura di Erica Mastrociani
Foto in evidenza: Siciliani-Gennari/SIR
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