Confessare i peccati: tradizione antica che libera il cuore

Riconoscere il proprio limite davanti a Dio nella confessione: questo atto rompe l’illusione dell’autosufficienza e apre lo spazio alla grazia

Continuiamo il nostro approfondimento sul sacramento della riconciliazione, sottolineando l’importanza della confessione dei peccati.

Nel cammino della vita cristiana, il sacramento della riconciliazione occupa un posto speciale. Non è soltanto un momento liturgico o un dovere morale: è soprattutto un incontro con la misericordia di Dio. Al centro di questo sacramento c’è un gesto tanto semplice quanto profondo: la confessione dei peccati. Molti oggi percepiscono questo momento con timore o imbarazzo. Eppure, proprio nel dire ad alta voce le proprie fragilità si nasconde una grande possibilità di liberazione spirituale e umana.

 

Un gesto radicato nella storia della Chiesa

La confessione dei peccati ha radici molto antiche nella vita della Chiesa. Nel Nuovo Testamento troviamo già un riferimento esplicito nella Lettera di Giacomo: «Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri» (Gc 5,16). Nei primi secoli del cristianesimo, la confessione aveva un carattere pubblico: chi aveva commesso peccati gravi li dichiarava davanti alla comunità e intraprendeva un cammino penitenziale. Con il passare dei secoli la pratica si è evoluta. Tra il VI e il VII secolo, grazie soprattutto ai monaci irlandesi, si diffuse la confessione personale e ripetibile, più simile a quella che conosciamo oggi. Questa forma fu progressivamente adottata in tutta la Chiesa.

Un momento decisivo arrivò nel 1215 con il Concilio Lateranense IV, che stabilì per i fedeli l’obbligo di confessarsi almeno una volta all’anno, facendo esclusivamente dal proprio parroco, per quel senso di appartenenza collettiva tipica del Medioevo. Tale indicazione venne invece tolta dal Concilio di Trento che recepiva così la nuova temperie culturale che sottolineava soprattutto la soggettività.

La confessione individuale non è un’invenzione tardiva, ma una tradizione che si è sviluppata e modificata lungo i secoli per aiutare i credenti a vivere concretamente la conversione.

 

Dire il male per aprirsi al bene

Confessare i propri peccati non significa semplicemente fare un elenco di errori. È un atto di verità.

Nel momento della confessione il credente compie un gesto profondamente evangelico: riconosce il proprio limite davanti a Dio. Questo atto rompe l’illusione dell’autosufficienza e apre lo spazio alla grazia. Esattamente in ciò che ci fa più problema (dire ad alta voce i nostri peccati) sta una prima parte della cura della nostra povertà. Non è un atto di umiliazione emotiva, bensì un atto di fede nella potenza di Dio.

Molti santi hanno sottolineato il valore di questa sincerità. La confessione non è un tribunale nel quale si viene condannati, ma piuttosto un incontro con la misericordia: il luogo dove la fragilità umana viene accolta e trasformata.

 

Il valore umano e psicologico del confessarsi

Oltre alla dimensione spirituale e alla Grazia sacramentale, la confessione possiede anche un importante valore umano che vorremmo qui sottolineare, non per ridurla a surrogato psicologico, ma per ribadire la profonda verità per il nostro essere (e diventare) uomini e donne sempre più veri, unificati e riconciliati.

L’esperienza di dare un nome ai propri errori ha un effetto liberante. Nella vita quotidiana tendiamo spesso a nascondere o giustificare le nostre mancanze. Quando invece vengono espresse con sincerità, il loro peso diminuisce. La psicologia ha evidenziato che verbalizzare il senso di colpa e condividerlo con qualcuno può ridurre l’ansia, favorire la responsabilità personale e aiutare a riprendere il cammino dopo uno sbaglio.

La pratica della confessione sacramentale sapeva già tutto questo, donando poi al gesto di narrare le proprie fragilità una potenza enorme ed unica: ricevere il perdono di Dio. Ciò rende possibile una vera riconciliazione: con Dio, con gli altri e con se stessi.

 

Un sacramento da riscoprire

In un tempo in cui si parla spesso di benessere interiore e di cura della propria vita emotiva (alcuni interessanti autori studiano oggi la categoria di wellness applicata al mondo religioso), il sacramento della riconciliazione può essere riscoperto come una via concreta di guarigione spirituale.

Ribadiamo: confessare i peccati non è un gesto di umiliazione, bensì di libertà. È il momento in cui il cristiano depone davanti a Dio il peso delle proprie cadute e riparte con cuore rinnovato. Come ricorda spesso la tradizione della Chiesa, Dio non si stanca mai di perdonare: siamo noi, piuttosto, che a volte ci stanchiamo di chiedere perdono.

Riscoprire la confessione significa allora riscoprire la gioia del Vangelo: la certezza che la misericordia di Dio è sempre più grande delle nostre fragilità.

Certamente, confessare le proprie colpe – soprattutto quando molto gravi – non è facile: è forse una delle cose più dirompenti nella vita di ciascuno. E sia per il penitente che per il confessore richiede grande attenzione e delicatezza.

La saggezza della Chiesa vuole che questo “elenco di fatti gravi” venga fatto in un ambiente protetto. Prima di tutto il contesto in cui ciò si svolge è di fede, di ascolto della Parola di Dio, di accoglienza da parte del ministro della Chiesa che in quel momento rende presente il cuore stesso del Signore. Tutto è fatto sotto lo sguardo misericordioso di Dio. In tal senso è sempre utile sottolineare la deontologia del confessore che non deve essere distratto, superficiale, bensì è chiamato ad essere sacramentalmente (cioè realmente) il volto concreto del pastore che accoglie la pecorella smarrita.

Il contesto, quindi, è di fede ed è la prima sottolineatura da fare. Ma vi sono altre due cose che vorremmo ricordare e approfondire.

  • Innanzitutto la tutela del segreto, detto in termine tecnico “sigillo sacramentale”, che circonda la confessione. Il sacerdote non solo non può e non deve dire nulla di quanto ascoltato in confessione, non deve utilizzare alcuna informazione ricevuta nella confessione e non deve neanche tenerne conto di quanto appreso nei rapporti interpersonali con il penitente. È come se egli dimenticasse ciò che viene detto appena finita la confessione.

Rammentiamo che ugualmente sono tenuti a questo medesimo segreto anche quanti dovessero – per caso – ascoltare quanto viene detto nella confessione perché, magari, passavano accanto al confessionale. Tale attenzione è una geniale strategia sedimentata da secoli per prevenire qualsiasi tipo di pressing psicologico e di manipolazione.

  • Un’ulteriore tutela nei confronti di questo delicatissimo momento dell’apertura del cuore di un penitente al confessore è, in materia di sesto comandamento, il perentorio divieto al confessore di fare domande finalizzate ad approfondire dettagli su quanto viene detto dal penitente il quale è l’unico che può entrare in quei dettagli che ritiene utili dover confessare.

 

La confessione dei peccati è una lista?

Si e no.

Anni addietro si era soliti dire che la confessione non è una lista della spesa. Se per lista della spesa si intende un elenco freddo e formale, ovviamente questo non può essere e non ci si può limitare ad un elenco che sia lontano dal contesto di fede di cui abbiamo parlato. Tuttavia, elencare i peccati (sempre per quanto sopra abbiamo espresso) è fondamentale.

In primo luogo, di fronte ai peccati mortali siamo chiamati a confessarli secondo specie e numero (canone 988). Abbiamo troppo presto derubricato questa indicazione come superflua e inutile. E invece ha una profonda valenza. Facciamo un esempio: una cosa è dire che ho ucciso un uomo, altro è dire che ho ucciso 20 uomini.

Essere specifici (ribadiamo, sempre circa i peccati molto gravi) serve per compiere un atto di umiltà davanti a Dio e al ministro della Chiesa (quella Chiesa che abbiamo ferito col peccato e che è rappresentata dal ministro), serve al sacerdote per inquadrare gli atti e per dare una penitenza adeguata (ne parleremo successivamente).

Altrimenti è come se noi andassimo dal medico e dicessimo solo una parte della verità: quante sigarette fumi? Per vergogna diciamo tre, e magari sono tre pacchetti.

Allora è importante confessarsi bene. Senza reticenze, senza scrupoli. E ricordiamo che si impara a confessarsi soltanto confessandosi.

A cura della redazione

Foto in evidenza: Pexels (Cottonbro Studio)

 

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