Triveneto: vescovi e direttori delle carceri a confronto

Per la prima volta l'incontro con i direttori dei 18 istituti del Triveneto. Collaborazione per accompagnamento e reinserimento, grazie alle cappellanie.

Quasi un unicum. Si può definire così ciò che è successo venerdì 6 marzo a Villa Immacolata di Torreglia. I 15 vescovi del Triveneto, a conclusione della settimana di esercizi spirituali nella casa della Diocesi di Padova, hanno incontrato i direttori dei 18 istituti carcerari del Triveneto – compresa la realtà minorile – guidati da Rosella Santoro, Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. «Siamo molto contenti di incontrare e incontrarci – ha sottolineato il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, presidente dei vescovi della Cet-Conferenza episcopale Triveneto – A noi vescovi interessa il mondo del carcere, certamente perché è un’opera di carità, ma soprattutto perché siamo cittadini. E da cittadini a cui sta a cuore la Costituzione, vogliamo interloquire con il mondo del carcere per servire la nostra società».

L’incontro – quasi un unicum perché solo in Lombardia, l’anno scorso, ne è stato promosso una simile – aveva l’intento di conoscersi, ascoltarsi e capire «al fine di collaborare – ha sottolineato mons. Carlo Redaelli, amministratore diocesano di Gorizia e incaricato per la pastorale penitenziaria del Triveneto – per offrire alle persone ristrette, pur nella diversità di compiti, un percorso il più possibile adeguato e umanizzante di rieducazione e reinserimento. L’obiettivo è avviare un tavolo comune, per essere interlocutori qualificati anche come comunità esterna e facilitare percorsi di reinserimento nel tessuto sociale ed ecclesiale del nostro territorio. Certo, non si parte da zero, perché già si collabora».

Il provveditore Rosella Santoro, che ha molto apprezzato la proposta e auspicato che ci siano altre occasioni simili, ha sottolineato che «il carcere è vissuto come società nella società, ma non ha sempre l’attenzione che merita. Sappiamo che il mondo ecclesiale è molto vicino al carcere, ma a volte viene considerato come un contesto poco sentito. Eppure all’interno del carcere lavoriamo affinché le persone recluse possano, attraverso percorsi di rieducazione – come indicato nell’articolo 27 della Costituzione – reinserirsi nella società. La sfida è dare una seconda chance a tutte le persone, perché ritrovino uno spazio all’interno nella società».

Penitenziari: una fotografia

In Triveneto sono presenti 16 penitenziari che accolgono circa 4.100 persone detenute adulte, il 52 per cento straniere. Un carcere, quello di Venezia, è interamente femminile; ci sono, poi, sezioni dedicate alle donne in strutture a prevalenza maschili. La realtà più grande è la casa di reclusione di Padova, dove si sono superate le 600 presenze; la media è di 300/400 detenuti. A Pordenone il carcere verrà chiuso e aprirà la sede di San Vito al Tagliamento. La struttura più nuova, in Triveneto, è Trento. «Qui – racconta il provveditore Santoro – a maggio verrà inaugurata un’attività di rieducazione unica in Italia: si aprirà una pizzeria, con il finanziamento della provincia e la gestione di una cooperativa, dove saranno impiegate le persone detenute che rientrano tra quelli che possono lavorare all’esterno (articolo 21). Ma questa è solo una delle tante attività promosse nelle carceri».

Nel territorio della regione ecclesiastica è presente anche l’Ipm-Istituto penale per i minorenni: a gennaio 2026 è stata inaugurata la nuova sede di Rovigo, non ancora attiva, mentre la “storica” di Treviso verrà chiusa nel corso dell’anno.

Nelle 18 carceri sono impiegati 2.300 agenti di polizia penitenziaria.

La presenza delle cappellanie

In tutti gli istituti penitenziari del Triveneto c’è una presenza stabile della Chiesa con le cappellanie, che si rivolgono non solo alle persone detenute e ai loro familiari, ma anche agli agenti della Polizia penitenziaria, ai dirigenti e a tutto il personale di ogni struttura carceraria. Questi i numeri: 18 sacerdoti con la nomina ufficiale di cappellani più altri 25 presbiteri volontari a collaborare con loro, 25 religiose stabilmente impegnate insieme a 11 diaconi e poi oltre 200 volontari laici. Gli ambiti di attività delle cappellanie sono molteplici: c’è la parte liturgico-pastorale (a partire dalla celebrazione della messa), l’aspetto di ascolto e dialogo in senso ampio e tutta l’attività di aiuto e sostegno concreto (contatti e collegamenti con le famiglie dei detenuti, ospitalità nei periodi di permesso, opportunità di reinserimento…) nonché di sensibilizzazione del territorio (incontri nelle scuole, coinvolgimento di parrocchie e imprenditori per accoglienza e reinserimento lavorativo…).

«La comunità ecclesiale – è stato sottolineato dal vescovo delegato Redaelli e dai rappresentanti dei cappellani presenti all’incontro a Villa Immacolata – sente la realtà del carcere come parte integrante della propria missione. L’azione pastorale delle Diocesi nei confronti della popolazione carceraria ha nel Vangelo e poi nella Costituzione italiana i suoi valori fondanti. L’articolo 27 della Carta costituzionale, in particolare, traduce in forma laica una convinzione profonda della Chiesa: ogni persona merita un’opportunità di riscatto. Perché la rieducazione sia autentica, deve collegarsi a possibilità concrete di reinserimento nella società. Lo stesso ordinamento penitenziario (legge 354/1975, art. 1) prevede che il trattamento tenda al reinserimento sociale anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno».

Per una cultura dell’incontro

Uno dei primi direttori a intervenire, dopo che mons. Redaelli ha offerto una panoramica sulla presenza delle cappellanie, è stato quello della casa di reclusione di Padova, Maria Gabriella Lusi. Qui, a inizio 2026, si è verificata una situazione di emergenza a seguito dell’improvviso trasferimento di alcune persone detenute dell’Alta sicurezza. La situazione si è aggravata con il suicidio di due persone detenute, a poche ore di distanza: una di 74 anni e l’altra di 36. «Ciò appesantisce e intristisce ancora di più il clima in atto – ha scritto il vescovo Claudio Cipolla in una nota – Pur rispettando le motivazioni dell’istituzione rispetto a questa decisione, non posso non prendere atto che ciò comporta l’interruzione di percorsi umani, lavorativi e spirituali fondamentali nel percorso di rieducazione e di recupero delle persone detenute. Sono persone, quelle coinvolte, sulle cui spalle pesano condanne con fine pena altissimi, per molti dei quali l’ergastolo. Ragione per cui, l’avere trovato nell’istituto della nostra città delle ragioni di speranza, prospettive di futuro per loro e le loro famiglie è stato l’occasione di riprendere in mano anche il proprio passato. E non si può che ringraziare la direzione del carcere per queste attenzioni».

«Una norma attribuisce al direttore il compito di rendere armonioso l’apporto di tante realtà alla vita del carcere, così da favorire la conoscenza reciproca e operare in sinergia – ha sottolineato Maria Gabriella Lusi, dal 2025 alla guida della casa di reclusione di Padova – Questo richiama l’idea del carcere come luogo di incontri, che hanno l’obiettivo di costruire. In questo senso va il rapporto con la cappellania presente nella casa di reclusione (è attiva dal 2011; al momento la compongono una sessantina di persone tra sacerdote, diaconi e catechisti, ndr); finora ci siamo incontrati solo una volta a cena, ma penso che camminare insieme può far crescere la qualità del servizio reso alle persone detenute. Per come opera la cappellania, non solo nei confronti dei reclusi ma di tutto il “mondo” legato al carcere, ci sono i presupposti perché di cultura dell’incontro si parli sempre di più. Personalmente ho vissuto come un privilegio l’incontro con il vescovo Claudio in un momento di difficoltà della nostra organizzazione».

La “missione d’ascolto” dei cappellani

Da tutti i direttore il grazie, ma anche la sorpresa, per l’invito ricevuto. «La presenza della Chiesa è stata una costante negli istituti che ho diretto – ha sottolineato Alberto Quagliotto, ora al circondariale di Treviso, ma in precedenza impegnato anche in altre città del Triveneto – In certi casi, quando non sappiamo dove sbattere la testa, ci rivolgiamo alla Chiesa, perché è un interlocutore affidabile. Vorrei vedere di più la Chiesa in carcere… A Treviso, ad esempio, il cappellano sta organizzando degli incontri per sensibilizzare i parroci, così che la cura delle persone detenute sia condivisa. Non sarebbe male vedere i parroci che vengono in carcere per incontrare i loro parrocchiani».

«È centrale in carcere – ha sottolineato il direttore di Gorizia, Caterina Leva – la presenza della Chiesa e del volontariato. È parte attiva nel reinserimento. Nella nostra realtà, grazie al rapporto con la Caritas, molti detenuti sono stati avviati al lavoro. Sentiamo forte le vicinanza del vescovo e del cappellano».

A Tolmezzo c’è una situazione particolare: il carcere è totalmente di alta sicurezza. «Mi sono sempre chiesta – evidenzia il direttore Irene Iannuzzi – che ruolo può avere la dimensione religiosa tra detenuti di stampo mafioso, coinvolti nel traffico di stupefacenti, in regime di 41 bis (il carcere più duro)… A Tolmezzo abbiamo vissuto un “venerdì di passione” durante il Covid, quando tutti i detenuti si sono positivizzati. Se non avessi avuto vicini cappellania e volontari, non ce l’avremmo fatta. Un’esperienza positiva, invece, è quella che permette ai detenuti del 41 bis di lavorare dentro in carcere. In questo contesto, dove la comunità esterna non entra, fondamentale è stata la presenza del cappellano e di un operatore».

Il direttore di Verona, Maria Grazia Bregoli, sottolinea che «la comunità del carcere è complicata, ma il dialogo aiuta ad affrontare le varie situazioni. I cappellani in carcere non hanno solo una missione pastorale; la loro è una missione d’ascolto. E non solo con le persone detenute…».

A cuore la “parrocchia del carcere”

Il vescovo di Belluno-Feltre, mons. Renato Marangoni, ha auspicato di comprendere meglio lo spazio di movimenti della cappellania, ma anche di esplicitare lo “statuto” dei volontari in carcere. Detenuti, operatori, volontari e cappellania sono i “mondi” che fanno riferimento all’articolo 27 della Costituzione, che ha come obiettivo il reinserimento nella società – ha sottolineato il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla. «Ce n’è un altro, che ho conosciuto nell’ultima emergenza alla casa di reclusione di Padova. È quello della politica carceraria, molto più grande di noi, di cui sfugge la vera direzione…».

A Rovigo, dove c’è un carcere per gli adulti, è stato da poco inaugurato l’Istituto penale per i minorenni, «che città non ha gradito – ha sottolineato il vescovo, mons. Pierantonio Pavanello – Dobbiamo registrare che il clima generale della società è molto negativo; l’idea prevalente sembra essere: i detenuti se ne stiano in carcere e noi stiamo fuori. Chi ha una sensibilità diversa, si trova in difficoltà. Questo è lo scenario in cui ci muoviamo come Chiesa, ma il rischio è che non riescano a mettere in atto iniziative per il bene delle persone detenute».

«Con l’Istituto penare minorile che se ne va – ha evidenziato il vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi – È come se un pezzo di Diocesi andasse via… Il fatto che ci sia o non ci sia uno di questi istituti, non è indifferente. Anche per un tessuto di Chiesa… Siete – ha detto rivolgendosi ai direttori dei penitenziari – nodi importanti di una rete».

Il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, ha sottolineato che «non è la prima volta che parliamo di carcere. Siete nei nostri pensieri e nei nostri cuori. Come Chiesa facciamo ciò che possiamo, ma se c’è qualcosa da mettere in atto – insieme – per migliore la situazione delle persone detenute, ci siamo!».

«È bello e importante che ci siano persone che seguono anche i familiari dei detenuti: mogli, figli, genitori… spesso anziani» questa la sottolineatura del vescovo di Concordia Pordenone, mons. Giuseppe Pellegrini.

Il vescovo di Trento, mons. Lauro Tisi, ha condiviso questo pensiero con i direttori dei penitenziari: «Ho pochi preti, ma non rinuncerei a prendermi cura della parrocchia del carcere. Se costruissimo sulla fragilità, avremmo una società migliore».

Moraglia: «Continuiamo a incontrarci»

Don Mariano Dal Ponte, che coordina i cappellani del Triveneto ed è impegnato nella casa circondariale di Padova, ha sottolineato – in conclusione – che «nel ascoltiamo la prospettiva dell’altro… riusciamo a fare di più. Questo incontro è stato ottimo inizio». Sulla stessa sia il vescovo Redaelli, che ha lanciato l’idea che ogni direttore incontri la sua cappellania. Piena disponibilità del provveditore Santoro, che ha invitato i cappellani a interpellare i direttori, osando di più.

Il patriarca, chiudendo l’incontro, ha evidenziato come sia emersa l’esigenza di «investire sul cappellano, come Chiesa e come struttura penitenziaria. È visto come una figura alla quale la persona detenuta può affidarsi per ricostruire qualcosa. Diamo fiducia ai nostri cappellani, nel rispetto delle norme, lasciandoli operare. Quando c’è fiducia il cappellano può arrivare lì dove altri non riescono. È importante investire sull’intera cappellania».

Mons. Moraglia ha concluso così questo appuntamento – quasi un unicum – tra vescovi della 15 Diocesi del Triveneto e i direttori degli istituti penitenziari: «Vorremmo che questa fosse solo la prima volta di molte, per ascoltarci reciprocamente e conoscerci di più. Per il bene delle persone detenute».

Patrizia Parodi

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