“Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!” Più che un appello sono quasi un grido le parole di Papa Leone nell’omelia per la messa delle Palme. Gesù è il re della pace e guardando a lui “che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità. Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra”.
Con le parole di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, affida il suo grido a Maria, “donna del terzo giorno” che sotto la croce del figlio “piange anche ai piedi dei crocifissi di oggi”: Maria “donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli”.
È la Domenica delle Palme, memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme tra rami di palma e ramoscelli d’ulivo agitati dalla folla; domenica che ci fa rivivere quel “salire” verso la città santa accolto dall’entusiasmo delle folle, che pochi giorni dopo saranno pronte a ribaltare completamente il proprio giudizio nei confronti del “profeta Gesù, da Nazareth di Galilea”.
Il Vangelo di Matteo ci accompagna dal momento dell’ingresso in città, al tradimento di Giuda, fino al processo, alla condanna a morte, e a quella richiesta dei capi dei sacerdoti e dei farisei di far sorvegliare il luogo della sepoltura. C’è l’uomo che tradisce per trenta denari, gli apostoli che si addormentano nel Getsemani, e ancora Pietro che, nonostante le parole pronunciate a Cristo, lo rinnega per tre volte. È la storia dell’uomo, di ogni uomo di fronte alla vita.
Anche quel camminare solitario di Gesù lungo il Calvario con il perso della croce sulle spalle è simbolico: attorno a Cristo ci sono gli “spettatori” e chi lo ha acclamato; ci sono i discepoli, gli avversari e il cireneo chiamato a dividere con il Signore il peso di quel legno. In quel cammino verso la città santa, ricordava quindici anni fa papa Benedetto, “verso quel luogo che per Israele garantiva in modo particolare la vicinanza di Dio al suo popolo” è il cammino “verso la comune festa della Pasqua, memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della speranza nella liberazione definitiva”.
Un “cammino” verso la basilica del Santo Sepolcro che oggi, Domenica delle Palme, è stato impedito dalla polizia israeliana al Patriarca di Gerusalemme cardinale Pierbattista Pizzaballa e al Custode di Terra Santa padre Francesco Ielpo. È la prima volta che capita da secoli, si legge in una nota del Patriarcato latino di Gerusalemme, e questo “incidente costituisce un grave precedente”.
Nelle parole che pronuncia all’Angelus il Papa più che mai vicino “con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i riti di questi giorni santi. Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza”. Così chiede al Principe della pace di sostenere “i popoli feriti dalla guerra” e di aprire “cammini concreti di riconciliazione e di pace”. Prega per i marittimi vittime della guerra e per i migranti morti in mare: “terra, cielo e mare sono creati per la vita e per la pace!”.
Mentre attorno “si sta preparando la guerra, Gesù si presenta come il re della pace: “non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità”.
Nelle sue piaghe “vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi”; nel suo grido sulla Croce c’è “il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo”; c’è ancora il “gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza, di tutte le vittime della guerra”. Cristo è il re della pace che “rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”.
Fabio Zavattaro (SIR)
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