Nuovo ordine mondiale: economia dell’insicurezza permanente

Intervista a Vittorio Pelligra, professore ordinario dell’Università degli Studi di Cagliari, esperto di economia comportamentale e sperimentale, divulgatore.

«La novità rispetto al passato è che sta nascendo un nuovo ordine mondiale fondato sull’insicurezza intesa non più come situazione temporanea da superare ma come principio ordinario di funzionamento. E in questo nuovo ordine opera un apparato tecnologico-finanziario che guadagna dalla possibilità permanente della guerra più che dal conflitto in sé». A dirlo è Vittorio Pelligra, professore ordinario dell’Università degli Studi di Cagliari, esperto di economia comportamentale e sperimentale, divulgatore ed editorialista per numerose testate. «A trarne vantaggio – prosegue Pelligra – sono innanzitutto le grandi imprese private che controllano le nuove tecnologie e gli Stati che lavorano con loro. Penso a colossi come Palantir Technologies e Anduril Industries (aziende leader della Silicon Valley specializzate in software avanzati, intelligenza artificiale e tecnologie di difesa per governi e agenzie di intelligence, ndr). E questo produce anche nuove dipendenze geopolitiche. Pensiamo alla difficoltà di molti Paesi europei nel prendere posizioni realmente autonome: spesso dipendono da tecnologie, intelligence o infrastrutture controllate altrove, specie negli Usa o in Israele. Questa vulnerabilità diventa anche dipendenza politica».

Professor Pelligra, per molti anni l’Occidente ha raccontato sé stesso come esportatore di democrazia, pace e stabilità ma sembra aver prodotto un mondo più instabile, più conflittuale e in molti casi più autoritario. Come siamo arrivati a questo paradosso?

È successo per varie ragioni, ma la prima è fondamentale: 

la democrazia non si esporta, soprattutto non si esporta con la guerra. Noi occidentali abbiamo spesso predicato bene e razzolato malissimo. Dietro il linguaggio della democrazia e dei diritti abbiamo perseguito interessi geopolitici, economici ed energetici.

Abbiamo sostenuto regimi non democratici quando ci conveniva, destabilizzato equilibri fragili ma relativamente stabili – penso alla Libia o all’Iraq – e così facendo abbiamo perso credibilità morale. Questo non significa che principi come il costituzionalismo, la separazione dei poteri o i diritti non siano importanti. Lo sono eccome. Ma li abbiamo resi meno autorevoli proprio perché troppo spesso ci siamo comportati in maniera incoerente rispetto a quei valori.

Lei ha scritto recentemente che il tratto più inquietante della nostra epoca non è tanto l’aumento della capacità tecnica di controllo e di guerra, quanto «la rapidità con cui quella capacità si normalizza». Colpisce molto questa idea della “normalizzazione”: ciò che fino a pochi anni fa sembrava impensabile – il ritorno della guerra in Europa, il linguaggio della deterrenza nucleare, l’idea stessa di conflitto permanente – oggi viene percepito quasi come inevitabile. Questa trasformazione nasce soprattutto da un adattamento culturale e sociale o affonda le radici nella nostra stessa psicologia?

Entrambe le cose. Esistono meccanismi psicologici molto studiati che ci rendono particolarmente vulnerabili alle narrazioni della paura. Per esempio, tendiamo a sopravvalutare le minacce immediate e a sottovalutare le conseguenze di lungo periodo

Le perdite ci colpiscono più dei guadagni. Le situazioni descritte come emergenze catturano immediatamente la nostra attenzione. Tutti questi elementi vengono utilizzati da narrazioni costruite in modo molto efficace. Il risultato è che, in pochissimo tempo, si è spostato il confine del “pensabile”.

Un conflitto nucleare, che per decenni era un tabù assoluto, oggi viene evocato come possibilità concreta. Ed è qui che entra in gioco quella che qualcuno chiama la “narrazione bellicista”: una narrazione alimentata da media, opinionisti e leader politici che presentano certe scelte – il riarmo, la corsa agli armamenti – come inevitabili. Ma dire, per esempio, che “la pace si fonda sulla deterrenza” è un’enorme semplificazione. La deterrenza non costruisce la pace: costruisce soltanto una temporanea assenza di conflitto.

Nel suo ragionamento è presente anche il concetto di preemption: prepararsi a qualcosa che potrebbe accadere anche se non è ancora accaduto e forse non accadrà mai. Che differenza c’è tra questa logica e la tradizionale deterrenza della Guerra fredda? E perché oggi sembra prevalere sempre di più la tentazione dell’attacco preventivo?

La deterrenza è una minaccia credibile di risposta: io ti scoraggio dall’attaccarmi perché sai che la mia reazione sarebbe per te troppo costosa. 

La preemption invece è diversa: consiste nell’attaccare prima che l’altro attacchi, sulla base dell’idea che esista una minaccia imminente. È una logica preventiva. Lo abbiamo visto in Iraq con le presunte armi di distruzione di massa, lo abbiamo visto in Iran: prima ti attacco e poi mi curo delle conseguenze. Mentre la deterrenza è fondamentalmente passiva, la preemption è un’azione.

Ed è molto più pericolosa perché si fonda spesso su percezioni, interpretazioni o narrazioni che possono essere manipolate.

Uno dei passaggi più forti della sua riflessione riguarda il rapporto tra tecnologia, piattaforme digitali e costruzione dell’insicurezza. Lei ha scritto: «Più aumenta la capacità di prevenire il rischio, più si allarga il campo di ciò che può essere considerato rischioso». Viene quasi da chiedersi se questa deriva fosse già contenuta, almeno in embrione, fin dai primi social network, dai primi dati personali consegnati spontaneamente online.

In parte, sì, anche se non credo fosse inevitabile. A un certo punto si sono rese disponibili infrastrutture potentissime: la rete globale e i dispositivi mobili. Poi però il modello di business è diventato quello dell’economia dell’attenzione e soprattutto dell’estrazione dei dati. Ed è qui che avviene il salto: quei dati diventano la materia prima di questo nuovo apparato tecno-politico e tecno-militare. Oggi, inoltre, esiste una vera e propria ideologia dietro questa trasformazione. 

Alcuni grandi protagonisti della Silicon Valley sostengono apertamente che la democrazia sia troppo lenta e inefficiente e che sia moralmente giusto mettere tecnologia e intelligenza artificiale al servizio della sicurezza e della guerra. Questo è un cambiamento epocale.

Lei ha scritto anche che quando la sicurezza viene tradotta interamente nel linguaggio dell’efficienza tecnica «la politica arretra». Perché la politica sembra avere sempre meno spazio?

Guardando agli ultimi decenni, colpisce la sensazione che molte decisioni vengano presentate come obbligate, inevitabili, sottratte al conflitto democratico. Perché quando una scelta viene raccontata come necessaria non esiste più una vera discussione politica. Se si dice che l’Europa rischia un’invasione imminente e che quindi “dobbiamo” riarmarci, quella scelta viene sottratta al dibattito democratico. In parallelo abbiamo vissuto una lunga successione di crisi – economiche, sanitarie, climatiche, geopolitiche – che hanno progressivamente ristretto gli spazi di libertà e di confronto. L’emergenza permanente riduce lo spazio del dissenso e del dialogo. E senza dialogo la politica si atrofizza.

Che rischi corre l’Italia in questa situazione?

Nell’attuale contesto geopolitico il principale rischio per l’Italia è quello di diventare sempre più marginale: una sorta di provincia dell’impero utile soprattutto come piattaforma logistica e militare nel Mediterraneo. Ma c’è anche un rischio interno, forse ancora più profondo: lo snaturamento dei nostri valori fondativi. L’Italia nasce dalla tragedia della guerra e mette la pace al centro della propria Costituzione. Abbiamo costruito la nostra identità politica sull’idea del dialogo, della cooperazione, dell’apertura mediterranea ed europea. 

Se accettiamo una visione fondata esclusivamente sulla deterrenza e sulla logica del conflitto permanente rischiamo di perdere tutto questo. E allora il problema non è soltanto perdere centralità internazionale. È perdere identità.

In questo scenario quale pensa dovrebbe essere il compito dell’Europa?

L’Europa dovrebbe innanzitutto rafforzare i propri processi democratici e costruire finalmente una vera politica estera comune. Negli ultimi anni abbiamo assistito a spinte centrifughe e nazionalistiche che hanno indebolito il progetto europeo. Ma nessuno Stato europeo, preso singolarmente, ha davvero la forza di incidere nello scenario globale. La vera alternativa è recuperare una logica multilaterale, diplomatica, cooperativa. La pace non si costruisce soltanto con gli armamenti. Si costruisce con relazioni economiche, integrazione, interdipendenza positiva, dialogo. Quando l’Europa nacque dopo la guerra, si partì proprio da lì: dalla convinzione che legare economicamente i popoli avrebbe reso la guerra meno possibile. Quella intuizione oggi andrebbe recuperata.

In conclusione: lei guarda al futuro con speranza oppure con preoccupazione?

Entrambe le cose. Mi spaventa moltissimo la rapidità con cui siamo passati dall’impensabile al pensabile. La guerra è tornata ad apparire quasi inevitabile. Quello che mi inquieta profondamente è il potere crescente delle grandi infrastrutture tecnologiche private. Oggi poche piattaforme possono decidere della vita sociale, economica e persino civile delle persone. E qui siamo ancora molto impreparati, anche culturalmente. Non abbiamo ancora strumenti adeguati per comprendere davvero la portata di questa trasformazione. Ma 

continuo a pensare che questa logica, alla lunga, non pagherà. Non pagherà economicamente e non pagherà socialmente.

Fabio Poles

Su Avvenire la rubrica
“La Monarchia della paura“

Da qualche settimana Vittorio Pelligra firma su Avvenire la nuova serie “La Monarchia della paura”, pubblicata ogni due martedì: un percorso di riflessione sui nuovi equilibri geopolitici, sulla trasformazione della democrazia e sul rapporto tra tecnologia, insicurezza e potere. Professore ordinario di Politica economica all’Università di Cagliari, insegna anche Economia dell’informazione ed Economia comportamentale. Coordina il BERG (Behavioral Economics Research Group) ed è ricercatore del CRENoS. Molto noto anche come divulgatore, cura da anni la rubrica domenicale “Mind the Economy” su Il Sole 24 Ore, arrivata a oltre 350 puntate. È inoltre direttore del Comitato scientifico della Scuola di Economia Civile. (F.P.)

Foto tratta dal blog vittoriopelligra.wordpress.com

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