Dio non resta esterno alla morte innocente: la abita

Il dolore e la ferita di fronte alla morte dei bambini: una riflessione che coinvolge la fede e offre qualche parola dove le parole, spesso, tacciono.

 

Qualche giorno fa è stata inaugurata la statua di un angelo nel campo 40 del cimitero di Sant’Anna, il campo dei bambini, benedetta da monsignor Roberto Rosa, vicario del Vescovo Trevisi. L’opera è dell’artista Stefano Comelli.

Cogliamo l’occasione di questo evento per fare qualche riflessione su un tema tutt’altro che semplice: la morte e la morte di un bambino. 

Le parole rischiano di essere insufficienti e la tentazione della retorica o delle spiegazioni semplici è sempre dietro l’angolo, ma una tentazione è anche quella di non dir nulla. Certo, non si può avere la presunzione di “spiegare” il dolore: prima di tutto esso va riconosciuto, accompagnato, custodito.

Una tentazione – e lo diciamo subito – è quella di razionalizzare il dolore, anche attraverso immagini edulcorate. In psicologia, la razionalizzazione è un meccanismo di difesa con cui una persona cerca di dare spiegazioni logiche, accettabili o ragionevoli a comportamenti, emozioni o decisioni che in realtà nascono da motivazioni più profonde, impulsive, difficili da accettare. È un meccanismo importante: serve a ridurre l’ansia, la colpa, la vergogna e aiuta a mantenere equilibrio emotivo. Tuttavia, il rischio è l’autoinganno e il blocco del cambiamento personale. Nel caso specifico, ad esempio, si sente spesso dire che i bambini che muoiono diventano angeli. Il fine è buono – cercare di aiutare chi soffre – ma il contenuto è, cristianamente, povero (anche per il solo fatto che, stando alla dottrina biblica e cristiana, gli esseri umani sono molto più degli angeli). 

Il dolore va, invece, attraversato: Dio non ci libera dalla morte, bensì nella morte. Però la morte – a qualsiasi età essa giunga – è sempre uno scacco che ci interroga; e quando raggiunge un bambino e un ragazzo essa ci interroga ancor di più. 

Torniamo all’immagine dell’angelo nel camposanto dei bambini: può diventare molto potente se non viene trattata come una decorazione consolatoria. Cristianamente parlando, l’angelo è il segno della presenza e della custodia di Dio sulla vita di questi piccoli. Pensiamo all’ammonimento di Gesù: “Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18,10). È da qui che nasce la nostra devozione all’angelo custode! L’angelo che custodisce è l’immagine di Dio stesso che veglia sulla vita di ciascuno di noi.

La morte di un bambino mette in crisi l’ordine naturale delle cose, perché è un ossimoro associare il concetto di bambino al concetto di malattia. Quando muore una persona anziana, pur nel dolore, riusciamo a collocare quell’evento dentro il corso fisiologico della vita. Ma la morte di un bambino interrompe qualcosa che percepiamo come “non compiuto”: un futuro che non arriverà, parole che non saranno dette, giorni che non verranno vissuti. Per questo, il dolore dei genitori, dei fratelli e della comunità tutta ha una qualità diversa: non riguarda solo ciò che è stato perduto, ma anche tutto ciò che non potrà essere.

Vorremmo però un attimo fare un inciso storico, perché non dobbiamo mai dare per scontate le cose: il legame tra infanzia e benessere fisico è una conquista di questi ultimi cent’anni. Pensiamo che nel 2011 si sono registrati 2084 decessi di bambini sotto i 5 anni di vita. È un numero che ci colpisce! Ma pensiamo anche che nel 1887 il numero di queste morti era 399.505: si è passati cioè da 347 decessi per mille nati vivi a circa 4 per mille. Se alla fine dell’800 i bambini morivano principalmente a causa di malattie infettive, oggi il 72% dei decessi è dovuto a condizioni di origine perinatale (48%) e a malformazioni congenite (24%). E l’Italia ha il tasso di mortalità di bambini tra i più bassi del mondo. Nei paesi europei questo calo inizia già nel corso del XVIII secolo grazie alla graduale scomparsa delle crisi provate dalla peste e da altre epidemie. Diventerà consistente solo verso la fine del XIX secolo e poi generalizzato dopo la Prima Guerra Mondiale. Tra le cause: il miglioramento dell’igiene, il miglioramento dell’alimentazione, la riduzione delle epidemie soprattutto grazie alle vaccinazioni, all’incremento della sanità pubblica. Cruciale diventa nel Novecento la scoperta degli antibiotici, dei sulfamidici, della penicillina (e prima ancora la scoperta dei microorganismi grazie a Pasteur e Koch), la conoscenza e l’assistenza durante il parto, la terapia intensiva neonatale e tutto l’ambito della pediatria moderna. Un altro passaggio importante lo si vede dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando assistiamo alla trasformazione sociale ed economica della società italiana che passa da agricola a operaia e industriale, con la scomparsa quasi totale dell’analfabetismo. Va ricordata anche la riforma ospedaliera del 1968 che trasforma gli ospedali, fino ad allora gestiti da enti di assistenza e beneficenza, in enti pubblici, disciplinandone l’organizzazione e le funzioni, e la legge 833 del 1978 che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale e determina la nascita della pediatria di famiglia. (Qui un focus sui dati ISTAT relativi alla mortalità sotto i 5 anni).

Altro discorso è, invece, il tema degli incidenti stradali che sono la prima causa di morte in Italia per i bambini e i giovani tra i 5 e i 29 anni. E la prima causa d’incidente, ci dice anche qui l’ISTAT, è il comportamento umano.

Torniamo però alla riflessione di fede: perché proprio di fede dobbiamo parlare quando affrontiamo il tema della morte

Davanti alle tombe dei bambini il linguaggio cambia, le frasi abituali si spezzano. Persino la fede, lì, non parla con tono trionfale: parla piuttosto con voce sommessa. Il cimitero dei bambini è forse uno dei luoghi dove comprendiamo meglio che la speranza cristiana non coincide con l’eliminazione del dolore, perché la resurrezione non cancella le lacrime del Venerdì Santo. Le attraversa. 

Nel cristianesimo, infatti, Dio non resta esterno alla morte innocente: la abita. Questo è il cuore scandaloso della croce. Il nostro è un Dio che conosce il grido delle madri e dei padri, il silenzio delle stanze vuote, la domanda “perché?”.

L’angelo, allora, è un’immagine potente che ci parla della compagnia di Dio in questi momenti, una compagnia che parla prima di tutto alla vita che alla sola razionalità (la razionalità, anche quella della fede, va nutrita quando si vive nei momenti tranquilli, perché quando si è in mezzo alla tempesta non si può pensare di fare riflessioni serene). L’angelo non elimina la notte del dolore, ma la attraversa assieme all’uomo. È presenza, custodia, annuncio discreto che nessuna vita è dimenticata.

Anche al Signore Gesù, in preghiera nel Getsemani, appare un angelo: «“Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo (Lc 22,42-43)».

Una comunità che dedica attenzione al luogo dei bambini morti compie un gesto profondamente umano: dice che quel dolore non deve essere nascosto. Oggi spesso la morte viene rimossa, e ancora di più il lutto per un bambino. Si fa spesso tanta fatica anche nel farsi prossimi a chi vive questo dolore perché non si sa cosa dire, si fa fatica a star vicino a chi soffre. E spesso chi vive queste situazioni vede le persone allontanarsi: perché l’incertezza e il dolore ci spaventano e ci destabilizzano.

Dare cittadinanza al dolore, onorare la memoria, autorizzare il pianto: in luoghi – e situazioni – come queste, la Chiesa è chiamata prima di tutto a custodire nomi, volti, assenze e poi offrire risposte. Anzi, le risposte in quei momenti sono catechesi tradotta in gesti, silenzi e abbracci. Perché il tempo della riflessione catechistica viene prima e dopo, non durante il dolore.

Ecco, allora, che nei cimiteri ci sono luoghi dove il silenzio pesa di più. Il campo dei bambini è uno di questi. Eppure, proprio lì, la presenza di un angelo ci può ricordare che l’amore di Dio si fa prossimo anche in questo momento, custodisce, attende, continua a chiamare per nome coloro che Lui ha creato. 

Forse la speranza cristiana comincia così:  nel non negare il dolore, ma nel credere che nessuna vita, nemmeno la più breve, sia perduta nel cuore di Dio.

Davanti alle tombe dei bambini, allora, le parole diventano piccole e forse devono proprio diventarlo. E quell’angelo silenzioso sembra stare lì proprio per questo: non per cancellare la ferita, ma per vegliarla. Solo così la parola condoglianze, forse un po’ stinta dall’uso, riacquista il vero suo significato: soffro con te, ti sono vicino.

A cura della redazione

Foto Comune di Trieste

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