Nel grande dipinto di circa 3 metri per lato, che originariamente costituiva la parte centrale di una pala d’altare collocata nell’Oratorio della Confraternita del Corpus Domini di Urbino, fu realizzata a olio su tavola tra il 1472 e il 1476 la scena della Comunione degli Apostoli. L’opera è oggi conservata alla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino e fu probabilmente iniziata dal fiammingo Giusto di Gand e terminata dallo spagnolo Pedro Berruguete, entrambi attivi alla corte di Federico da Montefeltro Duca di Urbino negli anni Settanta del XV secolo.
La pala propone un tema figurativo piuttosto insolito, un’iconografia di origine bizantina rarissima nell’arte occidentale, secondo cui viene presentato il momento dell’istituzione dell’Eucaristia non attraverso l’illustrazione del passo evangelico, bensì privilegiando la trasposizione rituale dell’evento.
Davanti alla tavola è rappresentato Gesù in atto di distribuire la Comunione a San Pietro, mentre gli altri Apostoli sono radunati attorno a lui e tra di essi sono riconoscibili Giuda con il tallit giallo, che tiene con la mano sinistra il sacchetto delle monete, e Giovanni, vestito di bianco, che stringe un’ampolla e ha fattezze simili, nella fisionomia e nell’acconciatura, ai due angeli in volo che osservano la scena dall’alto con gesti di preghiera e di meraviglia. Sul tavolo-altare sono appoggiati il vino e il calice (che alludono all’Eucaristia) e un’ampolla d’acqua con accanto una saliera (che alludono al Battesimo). A terra, in primo piano, si vedono inoltre una brocca e un bacile, che fanno riferimento alla lavanda dei piedi. Sul lato destro vi è un gruppo di persone in abiti rinascimentali, tra cui il Duca di Urbino Federico da Montefeltro dall’inconfondibile profilo che appare impegnato in una discussione con un uomo in ricche vesti orientali dalla barba bipartita, forse il medico ebreo Isaac, ambasciatore di Persia presso il Ducato di Urbino convertitosi al Cristianesimo e battezzato da papa Sisto IV, oppure il Cardinale Bessarione. Sempre sulla destra, ma più in fondo, da una sorta di nicchia si affaccia una donna con un bimbo in braccio, verosimilmente la moglie di Federico da Montefeltro Battista Sforza e il loro ultimogenito Guidubaldo che, proprio nel 1472, ricevette la Cresima, evento in occasione del quale l’opera fu probabilmente dipinta.
La scena esprime chiaramente un intento devozionale verso l’Eucaristia, momento centrale nella vita del fedele che, nutrendosi del Corpo di Cristo, rinnova, fortifica e approfondisce quell’incontro con Dio già realizzato con il Battesimo e che verrà poi confermato dalla Cresima, cosicché quest’opera può essere anche letta come un’esaltazione della triade dell’iniziazione cattolica secondo i precetti di San Tommaso.
L’ambientazione al chiuso pare simile al deambulatorio di una chiesa con alte colonne alternate ad aperture di diverse forme e con l’espediente, tipicamente fiammingo, di inserire oltre le due finestre laterali degli scorci di paesaggio sfumati in profondità. La costruzione prospettica segue le regole geometriche della tradizione italiana e in essa si coglie l’influsso di un altro artista della corte urbinate, ossia il toscano Piero della Francesca, mentre alla tradizione fiamminga rimandano anche la ricchezza dei particolari resi con straordinaria resa analitica e il suggestivo uso del colore steso a larghe campiture con toni di rosso, verde, blu e grigio-azzurro su un fondo bruno, nonché il punto di vista leggermente rialzato.
Infine, colpiscono la profonda devozione degli Apostoli in attesa di ricevere l’ostia consacrata e l’animazione con cui Federico discute con il suo interlocutore e supponiamo che oggetto della discussione possa essere proprio quella forza per affrontare le sfide e le prove della vita quotidiana che l’Eucaristia conferisce a ogni uomo e a ogni donna che la accoglie.
Elena Bertocchi
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