Longevità attiva: il nodo delle alleanze trasversali

Agli Stati Generali dei Servizi Sociali del Comune di Trieste, interessante confronto sul tema: tra AI, welfare, spiritualità e investimento nel LTC

Gli Stati Generali dei Servizi Sociali del Comune di Trieste, dopo la prima edizione del 2025, si sono trasformati da evento a contenitore e sono diventati il primo appuntamento del progetto “Insieme 2026-2027”. Il 23 giugno l’aula del Mib di Trieste si è riempita nuovamente di autorità, esperti, accademici e addetti ai lavori per offrire un tempo di sosta e riflessione sul tema “La forza delle generazioni – Insieme per la longevità attiva”.

 

L’“Insieme” che fa la differenza

Nelle parole dell’Assessore Massimo Tognolli la motivazione del nuovo nome del progetto: «Le difficoltà che dovremo affrontare in futuro, potremo affrontarle al meglio solo se lo faremo insieme. Se si vuol parlare di longevità attiva, è necessario evidenziare subito un dato: gli over 65 sono il maggior numero dei volontari attivi sul territorio cittadino. Ciò significa che la popolazione anziana è una grande risorsa per la comunità: il cambiamento diventa concreto quando persone diverse decidono di lavorare insieme».

 

Dalla curiosità e senso della sfida all’intelligenza artificiale

Dopo il primo intervento affidato al “padrone di casa” ovvero fondatore del Mib, il professor Vladimir Nanut – che ha ricordato la sua lunga carriera accademica e professionale guidata dal “filo rosso” della curiosità e del senso della sfida – è stata la volta del professor Guido Sanguinetti, professore di Fisica Applicata e chair of data science alla Scuola Internazionale di Studi Superiori Avanzati (SISSA), rientrato dal Regno Unito sei anni or sono e che lavora da trent’anni nel campo dell’Intelligenza Artificiale. «L’AI è guidata da poche economie con un obiettivo discutibile: migliorare l’essere umano per farne un superuomo: un intento quasi messianico» ha affermato

«si è sviluppata un’industria estrattiva che vive della nostra solitudine e dei nostri bisogni». 

E già questo potrebbe essere sufficiente per farci perlomeno sobbalzare sulla sedia. Ma dov’è che è cominciato tutto? «Tutto è partito da un fatto che è accaduto a nostra insaputa, ovvero

quando la nostra comunicazione è diventata digitale. Tutto ciò che facciamo con il telefono sono numeri e come tali possono essere manipolati in maniera statistica per capire, per esempio, come si distribuiscono le abitudini. Mettere online le foto ha significato costruire un enorme database di informazioni. 

Ed è per questo che, in media, su domande tecniche l’AI dà risposte giuste: perché è addestrata con i dati. Ma è anche addestrata per simulare una certa interazione. Che, però, non è paragonabile a quella umana perché è frutto dell’elaborazione di dati».

Ma nelle interazioni abbiamo bisogno di una persona che empatizza e che ci ascolta. E, ha concluso

«se proprio vogliamo aumentare l’autonomia delle persone più anziane, perché, invece di puntare sulla digitalizzazione spinta che esclude gli anziani che non sono in grado di utilizzare gli strumenti tecnologici, non puntiamo a utilizzare l’AI come interfaccia con la pubblica amministrazione per facilitare il rapporto con le persone anziane?». 

 

Welfare, Costituzione e soluzioni a km zero

Anche Marco De Sabbata, direttore di INPS Friuli Venezia Giulia, ha ribadito che «quando parliamo di servizi sociali l’AI non può avere spazio: servizio sociale è “persone a servizio di altre persone”. L’AI può aiutare nella gestione di chi organizza, ma non può sostituirsi alle persone nell’intervento». Affermazione condivisa da tutti i presenti in sala che annuivano. Partendo dalla Costituzione italiana «nel cui dna sono presenti tutti i principi cardine del Welfare, è necessario ricordare un assunto di base e cioè che nessuno deve essere lasciato indietro.

Saranno le riforme a chilometro zero e a costo zero – già presenti in regione con alcuni esempi virtuosi, come il primo centro medico legale interprovinciale aperto a Monfalcone – le alleanze intergenerazionali, la nuova visione della non autosufficienza (non più come mero costo passivo), l’obiettivo della semplificazione e il garantire le prestazioni a chi ne ha diritto a guidare i passi verso il futuro». 

 

Una comunità inclusiva a partire dalle relazioni e dalle persone

Un affondo puntuale è arrivato dalla voce del Vescovo di Trieste, monsignor Enrico Trevisi, che a partire da alcuni dati sulla popolazione – 272 anziani ogni 100 giovani a Trieste; over 65 sono il 28,4% della popolazione; oltre il 50 percento delle famiglie sono composte da una sola persona – ha offerto delle “piste” operative a partire dalla sua esperienza di osservazione sul territorio: «Si tratta di cogliere che diverse sono le priorità da mantenere: anziani, servizi per l’infanzia, per i disabili, per il contrasto della povertà e il disagio sociale, ecc. Solo così la comunità può essere inclusiva, se custodiamo legami e reciproche prese in carico in cui ciascuno è visto come risorsa e non solo come un utente che porta via risorse. Dunque, la prospettiva è quella di cogliere le persone nella loro singolarità come risorse per le comunità». «Occorre» ha proseguito il Vescovo

«incentivare l’attenzione alle persone anziane e non solo progetti standard e schemi rigidi. La molteplicità degli apporti, delle offerte di attivazione degli anziani è la strada per personalizzare la longevità attiva. Dietro ci sta un’idea di comunità nella quale il limite (l’età avanzata, la disabilità) è abitato e non rimosso. Magari lasciamo affiorare domande inquietanti sul dolore e sulla vita con tutte le sue fragilità, ma scegliamo di non abbandonare le persone come fossero scarti». 

 

La dimensione religiosa nella fragilità

Ricordando come anche la dimensione religiosa sia una risorsa importante nell’ambito di questa ricerca di senso nella fragilità, ecco, quindi, una citazione dalla prima Enciclica di Papa Leone XIV “Magnifica Humanitas”: «Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine, sapendo che “l’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio”» (MH,118). Ma come mettere a terra tutto questo?

 

Alleanze trasversali e strade possibili 

«Credo serva un’alleanza trasversale tra società civile, Chiesa e Amministrazioni pubbliche» ha incalzato ancora Trevisi, segnalando alcune possibili strade di lavoro:

  • Offrire la possibilità agli anziani delle case di riposo di poter coltivare i propri interessi attraverso attività di animazione per evitare di farli cadere nella disperazione e nell’apatia a causa dell’ozio forzato;
  • Solitudine e povertà non consentono di avere una longevità attiva: i dati del Report Caritas parlano chiaro su questo. Occorre quindi presidiare le situazioni prima che diventino povertà sempre più complesse e multidimensionali, altrimenti la longevità diventa solo una ricerca della sopravvivenza;
  • Semplificare la burocrazia che attanaglia persone e le piccole associazioni che tanto fanno sui territori: l’impiegato o il funzionario di turno nell’uno o nell’altro ufficio può fare la differenza (sia in positivo, sia in negativo); anche qui serve maggiore intergenerazionalità;
  • Garantire la dimensione umana della spiritualità che va alimentata a ogni età, anche nella longevità attiva. Le strutture residenziali che non si aprono a tale percorso fanno soffrire ulteriormente i poveri, cioè gli anziani che da soli non possono recarsi in chiesa e in momenti di spiritualità e preghiera;
  • Promuovere l’alleanza scuola-volontariato per i giovani;
  • Promuovere una cultura in cui le relazioni di vicinato siano improntate a maggiore empatia e fiducia moltiplicando le buone prassi di vicinato in cui la longevità (nelle sue diverse fasi) diventa una reciproca risorsa (esempio dei “nonni del condominio”);
  • Rimozione di tutte le barriere architettoniche (anche negli edifici religiosi, ma prima ancora dentro di noi) per permettere alle persone disabili l’accessibilità cui hanno diritto per essere parte della città e della comunità.

 

Long Term Care (LTC) e Care Dividend: l’economia a servizio delle persone

Molto interessante e di ampia visione, l’intervento del professor Ludovico Carrino, docente associato di Economia Pubblica di UniTs, focalizzato sullo studio dei costi del Long Term Care (LTC) – il sistema di assistenza di lungo termine – e su come trasformare questo costo in un’opportunità. «Il Sistema LTC pubblico è ancora poco sviluppato e frammentato e il Friuli Venezia Giulia, in questo, è un laboratorio» ha affermato

«un mondo che invecchia non può rinunciare al ben-essere delle persone. Serve però sfatare la credenza diffusa che una società che invecchia non cresce. E su questo c’è un’evidenza empirica: i paesi con welfare generoso e tassazione progressiva non crescono meno degli altri. Non è l’età a far esplodere i costi, ma la cattiva salute in tarda età». 

Per Carrino si tratta di tracciare il cosiddetto Care Dividend che indica i vantaggi economici e sociali che si ottengono quando lo Stato investe nei sistemi di assistenza a lungo termine: «La società è fatta di vite e generazioni intrecciate tra di loro» ha proseguito Carrino «la capacità delle persone di scegliere è alla base della crescita economica e del benessere sociale;

l’impatto delle politiche pubbliche di LTC non è “limitato” alla sfera funzionale o cognitiva di una persona non autosufficiente e investire nel LTC rilancia il valore sociale/economico del paese e sblocca i contesti di vita dell’anziano fragile e delle famiglie. In sostanza, il supporto agli anziani genera valore per la società e il sistema di assistenza di lungo termine pubblico è protettivo sul rischio povertà». 

Resta aperta – e al momento di difficile soluzione – la questione di quella tassa invisibile sulle famiglie che è il caregiving informale (i familiari che si prendono cura di altri familiari anziani o con disabilità): «Si tratta di una tassa implicita sulla partecipazione al mercato del lavoro. Il punto è: si tratta di una scelta o di un obbligo?

L’informal care – quello familiare, non il lavoro in nero – vale almeno il 2,5 – 3% del Pil, un valore molto superiore alla spesa pubblica in LTC, che però non genera gettito fiscale né contribuisce alla previdenza. E i caregiver bloccati, perché non possono lavorare, sono un mancato dividendo economico e sociale». 

 

La domiciliarità come obiettivo principale

L’intervento conclusivo di Debora Nardini, responsabile di posizione Organizzativa Accesso e Accoglienza del Comune di Trieste, si è quindi focalizzato sulla domiciliarità, obiettivo principale del Servizio Sociale territoriale, sul percorso di coinvolgimento della comunità, sui protocolli di collaborazione con le realtà del Terzo Settore.

Il prossimo appuntamento è fissato per settembre con un incontro sul tema “La parola alle Associazioni” e il focus sul Terzo Settore.

Luisa Pozzar

 

Foto in evidenza: Luisa Pozzar

 

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