Il mio nome è ‘Benevolenza’, il mio cognome è ‘Unione’

Nel ricordo di don Silvano Latin, a trent’anni dalla morte del vescovo monsignor Bellomi, emerge la figura di un pastore che lavorò per la pacificazione

Essere al fianco di un vescovo come Lorenzo Bellomi, come portavoce e direttore del Settimanale diocesano, in anni non semplici come furono quelli del suo ministero, significa vivere da vicino e, talvolta, da “dietro le quinte” la quotidianità di un rapporto con la Città, con la stampa e i media, ma anche eventi di importanza storica. Non sempre è possibile raccontare i retroscena di ciò che, in questo ruolo delicato, si è chiamati a gestire. Ma a distanza di trent’anni, qualcosa può emergere e diventare narrazione per tutti. Nei giorni precedenti l’anniversario, abbiamo incontrato don Silvano Latin, che ricopriva questo incarico negli anni del ministero di monsignor Bellomi, e la memoria, come un fiume in piena, si è fatta racconto. Colmo di gratitudine.

 

Trent’anni fa se ne andava un pastore, che è stato un pastore di cuore e che è rimasto nel cuore delle persone. Cosa ricorda di quel giorno?

Dunque… il giorno in cui arrivò a Trieste – la salma giunse da Verona – fu portata in San Giovanni, in Cattedrale. E quel primo giorno c’era solo la possibilità dei curiali di salutarlo. Poi, il giorno dopo, la possibilità per tutte le persone di passare per un omaggio. Rimase nella cappella di San di Giovanni senza mai un attimo di solitudine:

passò di là tutta la città, anche tutti quelli che l’avevano maltrattato. Io ero là che vedevo… In quelle giornate, essendo stato sempre presente lì accanto, posso testimoniare che quella bara, che accoglieva il corpo del vescovo Bellomi, non rimase mai sola. 

Nel giorno del funerale, mi trovavo nella regia mobile di Telechiara per commentare la diretta della celebrazione e, siccome in Cattedrale – tra autorità, vescovi ecc. – non entrava più nessuno, il piazzale di San Giusto era strapieno. Strapieno. Mi ricordo questo, ma mi ricordo ancora di più il lunedì della settimana in cui morì (venne a mancare il venerdì mattina, 23 agosto). Quel lunedì andai a trovarlo in provincia di Verona, dove era convalescente, insieme a una delle persone che lavoravano con me a “Vita Nuova”, di cui all’epoca ero direttore. Quell’incontro mi lasciò un’impressione enorme e mi pentii ben presto di non aver portato con me il registratore, pensando di poter prendere semplicemente degli appunti.

Gli chiesi cosa voleva dire ai fedeli della diocesi di Trieste, visto che, di lì a poco, lui prevedeva di rientrare. E così iniziò a parlare: lo fece a lungo, per 40 minuti, senza mai interrompersi, riflettendo sulla morte, sull’incontro con Dio e sul “sentiero stretto”.

Sia io che la mia collaboratrice eravamo sbalorditi e senza parole. Perciò il ricordo di lui comprende tutto il bello possibile di questo mondo: fu un grande pastore e anche un grande uomo. Tuttavia, nei  suoi anni a Trieste subì di tutto e fu oggetto di tante cattiverie che assorbì fisicamente. Era, per indole, un ingenuo: cioè era troppo buono per il clima e le dinamiche della città di quegli anni. E ne soffrì molto.

 

Sappiamo che a Trieste ci vuole una certa “scorza”…

Sì, notevole. Ma il problema sai qual è? Io ho collaborato strettamente con lui per vent’anni, sia come direttore sia come suo portavoce. E posso dire che lui ha fatto e tentato di fare per la città delle cose che molti non sanno.

 

E adesso si possono dire?

Io penso di sì… Per esempio, so che andò più volte a Parigi per difendere i lavoratori della Total, che allora aveva ad Aquilinia la raffineria di petrolio.

 

E poi?

Fece anche una cosa che tutti sanno: seguì con costanza i problemi dell’Italsider di allora – la Ferriera di Servola – e quando fu indetto uno sciopero generale per la situazione dei lavoratori lui ordinò che le campane di tutte le chiese della diocesi suonassero. Non solo: si presentò davanti al Comune per stare accanto agli operai in presidio. E poi un’altra cosa. Era un sabato sera di ottobre, giorno nel quale si celebrava la Veglia Missionaria diocesana a San Gerolamo. Lo aspettavo e al suo arrivo mi prese in disparte e mi disse: “Senti, ho bisogno di chiederti un favore. Dovresti andare in Regione, perché gli operai hanno occupato l’Aula del Consiglio. Qualcuno ha chiamato la polizia e hanno presidiato tutta la zona intorno.
Devi andare là, parlare a nome mio, e spiegare loro che so che desiderano che io celebri la Messa in aula del Consiglio, ma non è possibile perché è una sede istituzionale. Devi dirgli, però, che sono disposto a celebrare una Messa fuori dal Palazzo, sotto il portico della Regione”. Andai e feci ciò che lui mi aveva chiesto. Il vescovo in quei giorni era impegnato nella visita pastorale a Cattinara, perciò celebrai la Messa a nome suo, sotto il portico della Regione, l’indomani mattina.

Al momento della benedizione, monsignor Bellomi arrivò per salutare e incontrare gli operai. Ecco: questo era lui. Non mancava mai. Era attento, sempre attento alle persone.

 

E i rapporti con la comunità di lingua slovena?

Forse nessuno sa, o pochi sanno, che lui pregava il breviario in sloveno. Lo faceva perché sentiva l’importanza di incontrare anche nella preghiera quella parte di anima della città. Ma forse su questo non fu capito e accolto. Penso anche a tutte le tensioni e le difficoltà che ci furono in occasione della visita di Papa San Giovanni Paolo II a Trieste… era il 1991. In città c’era un clima pesantissimo. Se vai a rileggere le pagine del giornale locale di quei giorni, si può comprendere quanta ostilità ci fosse verso un papa che arrivava dal mondo slavo e che avrebbe celebrato una messa in piazza Unità, celebrazione nella quale erano previste delle parti in lingua slovena. Si alzò un vespaio. E i titoli sulle prime pagine del giornale furono davvero pesanti, il tutto insieme a insinuazioni e attacchi vari al Vescovo, ma anche alla mia persona.
In un clima del genere tutti erano convinti che la visita sarebbe fallita. In verità, poi il papa arrivò e offrì alla diocesi e alla città una serie di interventi e discorsi bellissimi, che ancora oggi i triestini dovrebbero rileggere.

 

Monsignor Bellomi, quindi, ha amato Trieste? Quali doni le ha lasciato?

Certo. Trieste per lui è stato un grande grande amore e il fatto che abbia scelto di farsi seppellire in Cattedrale è un ultimo gesto d’amore per la città. Quando fece il suo ingresso in diocesi ed entrò in Cattedrale pronunciò un’omelia nella quale, tra le tante cose, disse:

“Le mie generalità di vescovo sono definite dalla Parola di Dio, perché solo da essa nasce la fede. Il profeta Zaccaria (11,7), prefigurando il Messia-Pastore, si esprime così: – Presi due verghe: una la chiamai ‘benevolenza’ e l’altra ‘Unione’, e mi misi a pascolare il gregge-. Fratelli! Anche al vescovo è messo in mano il bastone del Pastore. Esso porta questi due nomi: ‘Benevolenza’ e ‘Unione’. Parafrasando un celebre detto di San Paciano di Barcellona, mi sento di dichiararvi: Il mio nome è ‘Benevolenza’, il mio cognome è ‘Unione’”. E parlò dello sloveno come della “nostra lingua”.

Io credo che il suo dono più grande, per la città e per la Chiesa, sia l’opera di pacificazione della città che lui portò avanti negli anni di episcopato. Un processo riuscito forse solo in parte, ma che ancora oggi porta i suoi frutti. Un altro grande dono è stato il suo battersi per l’economia della città e per il superamento di lotte intestine. E poi un amore sconfinato per la Chiesa per la quale ha dato letteralmente la sua vita. E, se posso andare sul piano personale, a me, don Silvano, ha dato un affetto grande. Assolutamente grande.

 

Che rapporto ebbe monsignor Bellomi con il mondo dell’informazione?

Il rapporto con il mondo dell’informazione fu rispettoso, come si addice a un vescovo, e ogni anno celebrava la Messa per il patrono di giornalisti in Curia.

 

E rispetto ai media cattolici diocesani?

Devo dire che, con i media cattolici locali, era estremamente attento. Finanziò per tutta la vita Radio Nuova Trieste – realtà che non aveva nessun modo per sostenersi – e supportò anche “Vita Nuova”, che aveva più pubblicità, e poteva comunque camminare in parte con le proprie gambe.
Come dicevo prima, sono stato per 20 anni direttore di “Vita Nuova” quando lui era vescovo. Posso testimoniare che non pretese mai di vedere pubblicato un suo pezzo. Mai. Eventualmente, me ne inviava uno e diceva “se ritieni”, “se vuoi”, “correggi pure”… aveva un grande rispetto per la professionalità. Penso, ma non lo so con certezza, che con il settimanale cattolico di lingua slovena facesse lo stesso.

 

Era un vescovo che aveva fiducia nel suo operato e in quello delle collaboratrici e dei collaboratori, quindi?

Assolutamente sì. Anzi, ci sono stati alcuni momenti in cui fui attaccato per delle scelte editoriali che avevo fatto e lui mi rispondeva sempre così:

“Ricordati che saremo giudicati più per le cose che non abbiamo avuto il coraggio di dire, che per le cose che abbiamo detto”.

Penso, per esempio, ai tre paginoni centrali usciti per tre settimane di fila su “Vita Nuova” e dedicati alla sanità a Trieste: una scelta che ci costò cara, perché per sei mesi non ci arrivò più pubblicità. E, di fronte alle calunnie e alle male parole che gli arrivavano sul mio conto, non mi diceva nulla. Io, pronto a dare le dimissioni in qualunque momento, gli chiedevo il perché. E lui mi rispondeva: “E perché avrei dovuto dirti qualcosa? Non era importante”. Tutto questo non lo posso dimenticare e continuo a essergli grato, a volergli bene e a ricordarlo con grande affetto. Domenica 23 agosto, non potendomi recare in Cattedrale, celebrerò la Messa in suo suffragio qui a Casa Ieralla.

a cura di Luisa Pozzar

 

Foto in evidenza: dall’archivio del settimanale “Vita Nuova”

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