Ieri, martedì 8 settembre, alla Parrocchia Beata Vergine Addolorata di Valmaura, in occasione della Festa Patronale, ha avuto luogo l’incontro “L’eredità di papa Francesco in un mondo in cerca di pace” con don Tonio Dell’Olio, sacerdote dell’arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie. A don Tonio, contattato dalla nostra redazione abbiamo chiesto di raccontarsi e di delineare i temi dell’incontro.
L’impegno nella costruzione della pace è il filo che tiene insieme molte pagine della mia vita. Prete da 41 anni vissuti inizialmente in Puglia e poi a Firenze, Roma, Assisi e… in giro per il mondo. Nel tempo ho imparato che il Vangelo domanda di abitare la storia, di lasciarsi interrogare dalle ferite delle persone, di assumersi la responsabilità di una risposta. Il servizio come cappellano nel carcere di Trani, il lavoro con i giovani e nelle situazioni di marginalità, la collaborazione con don Tonino Bello hanno dato concretezza a questa convinzione. Sono stato coordinatore nazionale di Pax Christi dal 1993 al 2005; successivamente, fino al 2015, ho curato il settore internazionale di Libera, accanto a don Luigi Ciotti. Esperienze diverse, unite dalla stessa domanda di dignità. La violenza delle mafie e quella delle guerre prosperano dove la vita diventa merce, dove il denaro conta più delle persone. Anche il giornalismo, attraverso Mosaico di pace, Rocca e La Voce, appartiene per me a questo impegno: dare voce, custodire memoria, aprire domande. Assisi è la città in cui vivo e una scuola che continua a interrogarmi. Sono volontario della Pro Civitate Christiana, di cui sono stato presidente dal 2016 al 2025. Qui la parola fraternità chiede di diventare accoglienza, ascolto, confronto anche con chi pensa e crede diversamente. È il senso del lavoro della Commissione “Spirito di Assisi”, che presiedo: raccogliere e far vivere la consegna dell’incontro tra le religioni voluto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986. Pregare per la pace impegna a costruirla. Altrimenti rischiamo di chiedere a Dio ciò che ci rifiutiamo di cominciare. In questo cammino si colloca il mio sguardo su papa Francesco. Lo incontrai per la prima volta a Buenos Aires nel 2010 quando ero lì per costruire la rete di antimafia sociale promossa da Libera. Con il card. Bergoglio fu simpatia e sintonia al primo colpo! E poi abbiamo continuato a vederci con discrezione dopo la sua elezione a Vescovo di Roma. Del suo pontificato mi interpella soprattutto la capacità di restituire al Vangelo la forza di una domanda rivolta alla nostra vita. Che cosa facciamo davanti a chi soffre? Quali sicurezze siamo disposti a mettere in discussione per riconoscere nell’altro un fratello?
Nell’incontro a Trieste ho parlato di questa eredità. Per Francesco la pace attraversa il modo di vivere la fede, l’economia, la politica, le relazioni. A Lampedusa ha portato al centro le vite che l’indifferenza rendeva invisibili. Inginocchiandosi a baciare i piedi dei leader del Sud Sudan ha affidato al proprio corpo una supplica. Nell’abbraccio con l’israeliano Maoz Inon e il palestinese Aziz Abu Sarah, a Verona, ha mostrato la possibilità di trasformare il dolore in un impegno condiviso.
Sono gesti che chiedono conseguenze. La nonviolenza deve trovare spazio nelle scelte politiche, nell’educazione, nella gestione dei conflitti. La denuncia dell’immoralità del possesso delle armi nucleari mette in discussione una sicurezza affidata alla minaccia di distruggerci. L’ecologia integrale ci ricorda che la cura della terra e quella dei poveri sono inseparabili. Accogliere questa eredità significa anche interrogarci sul commercio delle armi, sulle disuguaglianze e sulle responsabilità di chi alimenta le guerre.
Oggi questo lavoro prosegue in Pax Christi International e nel coordinamento del Cantiere della pace della Regione Umbria. Il quarantesimo anniversario dello Spirito di Assisi offre un’occasione per rinnovare l’incontro tra le fedi e il loro servizio alla famiglia umana. Sto inoltre lavorando a una raccolta dei miei “Mosaico dei giorni”: parole nate dalla cronaca, nelle quali cerco tracce di umanità capaci di durare.
Alla parrocchia di Valmaura mi unisce il desiderio di trasformare una ricorrenza in occasione di riflessione e il dialogo in testimonianza e impegno. A Trieste condivido soprattutto una domanda: quale parte di questa responsabilità possiamo assumerci insieme? Ricordare Francesco significa dare seguito alle inquietudini che ci ha lasciato. La pace ha bisogno delle nostre mani, della nostra intelligenza, del nostro coraggio quotidiano. D’altronde quel Papa ci ha esortati a vivere processi più che a celebrare e consumare eventi.
Tonio Dell’Olio

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