Resistenza o pacifismo? Il 25 aprile di ieri e di oggi

Nella ricorrenza della Festa della Liberazione, una riflessione alla luce dei grandi testimoni che hanno lottato per la libertà

“E noi, che cosa ne pensiamo? Posto che tutti amiamo la pace, il nostro paradigma di riferimento è la resistenza o il pacifismo?”

Parto da questa domanda che, alcuni mesi fa, un relatore ha posto a un convegno per gli 80 anni delle Acli di Trieste, a chiusura del suo intervento su don Edoardo Marzari (presidente del Comitato di Liberazione Nazionale cittadino, caso unico in Italia, e primo presidente delle Acli triestine).

Fatto salvo che non è possibile immaginare una sovrapposizione tout court tra gli eventi del 1945 e l’oggi, non è difficile intravedere, però, alcune somiglianze. Perché ancora oggi le sfide alla libertà sono molto presenti. Le guerre non mancano, anzi aumentano e si avvicinano. E non mancano nemmeno gli aggressori e la volontà di schiacciare interi popoli.

Nel 1945 molti cattolici, nella dialettica tra sopravvivenza e libertà, scelsero di combattere per la libertà. Resistenti o ribelli per amore, erano per lo più giovani impegnati a evitare la disumanizzazione dei conflitti e, quindi, contrari alla violenza cieca e senza limiti, ma pur sempre resistenti con le armi in pugno. Negli stessi anni, altri uomini e donne di fede cattolica, ma non solo, in tutta Europa si opposero alla guerra e alla violenza, spinti dalla volontà di salvaguardare la dignità umana, con forme attive di resistenza nonviolenta attraverso azioni di disobbedienza civile e azioni umanitarie rischiose.

Entrambi ci hanno lasciato testimonianze luminose.

Tra i tanti voglio ricordare brevemente Dietrich Bonhoeffer e Etty Hillesum: due vite parallele che si trovarono a condividere, inconsapevoli, un destino simile, pur nella diversità delle scelte.

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Dietrich Bonhoeffer nato nel 1906 a Breslavia – oggi in Polonia, allora una delle principali città del Regno di Prussia – in una famiglia borghese protestante, diventa pastore e teologo negli anni dell’ascesa di Hitler. Da pacifista convinto, già nel 1933 denuncia l’immoralità delle leggi antiebraiche e il pericolo costituito dall’ascesa di un leader capace di sedurre le masse con il facile linguaggio del populismo. La sua opposizione al nazismo, negli anni, si trasforma in azione militante e si avvicina ai circoli della resistenza per la quale svolge missioni di intelligence. Finisce ben presto nel mirino delle autorità. Pur avendo la possibilità di emigrare in America, dove avrebbe avuto l’opportunità di svolgere una brillante carriera come teologo, nel 1939 decide di tornare in Germania. Qui la chiesa protestante si era per lo più accodata al regime nazista. Ma non il piccolo gruppo di cui Bonhoeffer faceva parte e che continuava a difendere la sua indipendenza affermando che il cristiano doveva proclamare la sua unica e assoluta fedeltà soltanto a Dio e non alle autorità terrene. La sua adesione alla resistenza lo porta a essere coinvolto in complotti per eliminare Hitler tra il 1940 e il 1943. Per queste ragioni viene arrestato il 5 aprile 1943, prima del noto attentato del 20 luglio 1944. La sua adesione alla rete cospiratrice e la collaborazione alla resistenza lo conducono alla morte per impiccagione all’alba del 9 aprile 1945, nel campo di concentramento di Flossenbürg.

Durante la prigionia spiegava a un compagno di cella le ragioni che lo avevano spinto ad agire, da cristiano, con queste parole: “Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante”.

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Etty Hillesum nasce a Middelburg in Olanda nel 1914, in una famiglia della borghesia ebraica. Si laurea in legge ad Amsterdam nel 1939. Nel 1940 le truppe tedesche invadono i Paesi Bassi. Durante l’occupazione conosce Julius Speer, fondatore della psicochirologia, ovvero lo studio e la classificazione delle linee della mano e con lui intraprende una relazione intima. Sarà proprio Speer a proporre ad Etty la scrittura del diario dentro il quale, dal 1941 al 1943, annoterà tutte le tappe della sua “rivoluzione interiore”: un percorso di cura, introspettivo, di riflessione e ricerca di sé e del senso della vita. Una testimonianza sulla persecuzione degli ebrei e la guerra. Un testo di straordinaria attualità che ci racconta la vita e le scelte di una giovane donna, fragile e forte, che racconta, senza veli, la sua ricerca intima e spirituale sempre più profonda, man mano che la violenza e l’odio diventano il pane quotidiano. Le sue parole ci offrono un percorso interiore intriso di consapevolezza. Una visione universale capace di unire, anziché dividere, gli esseri umani. Rifiuta l’odio anche nei confronti del nemico. Così scrive il 3 luglio del 1942: “Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so: continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia. La vita e la morte, il dolore e la gioia e persecuzioni, le vesciche ai piedi e il gelsomino dietro la casa, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio. Un’altra cosa ancora dopo quella mattina:

la mia consapevolezza di non essere capace di odiare di odiare gli uomini malgrado il dolore e l’ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi: e perciò sono meno familiari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possono crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime”.

Sceglie di seguire il suo popolo fino in fondo, decidendo volontariamente di vivere nel campo di transito di Westerbork. Eppure, in tutto questo, non perde mai la capacità di riconoscere nella vita lo spirito di Dio che abita nella profondità di ognuno. E qui vuole continuare a essere “il cuore pensante della baracca”. Verrà tradotta ad Auschwitz dove morirà il 30 novembre 1943.

Due vite. Due storie. Due modi di stare nel mondo non in antitesi, ma impastati della stessa materia sublime e mai a buon mercato che è

la passione per la vita, la giustizia e, soprattutto, la carità.

Erica Mastrociani

Foto in evidenza: Luca Tedeschi

 

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