L’Ascensione di Gesù nel quadro di Rembrandt Van Rijn

Nella solennità dell’Ascensione, contempliamo un capolavoro dell’arte che ci aiuta a riflettere sulla Parola che la liturgia propone per questa domenica.

Quando pensiamo all’Ascensione di Gesù capita di immaginarci uno squarcio nel cielo che si apre per accoglierLo, tra lo sconcerto e il dispiacere dei discepoli che Lo guardano allontanarsi. È questa l’impressione che ci trasmette con grande forza Rembrandt attraverso la tela dipinta nel 1636, nel fiorire dei suoi 30 anni, e ora conservata all’Alte Pinakothek di  Monaco.

L’artista olandese, ottavo figlio di un mugnaio benestante residente lungo il Reno, aveva  appreso fin da giovane la finezza della tecnica a olio, esercitandosi nella pittura di storia, ma anche nei generi del ritratto, dell’autoritratto e dei soggetti religiosi. Questi ultimi spesso erano richiesti per quadri di devozione privata e, come in questo caso, potevano avere  dimensioni abbastanza ridotte (il nostro misura cm 92 x 68).

Nel gesto di Cristo che allarga le braccia c’è un’apertura alla luce che prorompe dal cielo discendente dallO Spirito Santo in forma di colomba; le mani del Signore portano ancora le  ferite dei chiodi, ma il Suo sguardo si fissa in alto, mentre la veste rifulge come nella Trasfigurazione.

Sono poi degli angioletti solleciti nel volo, ma plastici nei corpi a sospingerlo sulle nuvole verso quel vortice luminoso, lasciando al di sotto un mondo terreno buio e tormentato. Il profilo delle grandi palme sulla sinistra  e la radice nodosa in basso, conducono lo sguardo all’apostolo calvo e barbuto che ci volge le spalle, spalancando le braccia in maniera quasi speculare al gesto del Signore che sta in alto, ed esprimendo stupore, meraviglia, forse sconcerto. Attorno fanno da corona altri apostoli in vesti scure e atteggiamenti scomposti  e turbati, ma dal centro la luce divina illumina quello anziano a mani giunte in atteggiamento di preghiera e arriva al giovane vestito di bianco, probabilmente l’Apostolo Giovanni: 

quasi a significare che Gesù, mentre torna al Padre, non li e non ci abbandona , come dalle Sue parole “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20). 

Così in Rembrandt, come in Caravaggio (che pur a distanza il nostro autore conosceva), 

la luce che piove sul mondo umano è simbolo della Grazia che trae gli uomini dalla povertà e dalla  confusione del male per salvarli.

Dal punto di vista tecnico, Rembrandt ha saputo  fondere la lucentezza del colore ad olio olandese con il tonalismo di Tiziano e i contrasti  chiaroscurali  caravaggeschi, interpretando questi mezzi con quella curiosità viva e quella finezza di osservazione che lo caratterizzavano.

Questo grande maestro a trent’anni aveva già conosciuto il dolore per la perdita di tre figlioletti appena nati e altri lutti lo toccheranno in seguito (morirà l’amata moglie Saskia e nemmeno l’unico figlio divenuto adulto riuscirà a sopravvivergli), così che tutte le sfaccettature dell’umano, compresi i tormenti del male, non gli saranno sconosciuti

sono proprio questi sentimenti che rendono la sua pittura, non solo opera di alta qualità, ma anche momento di comunicazione profondamente umana e spirituale, in cui noi possiamo davvero riconoscerci ed arricchirci.

Marina Gobbato

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