«Corriamo, ma con gioia»: una famiglia nel diaconato

Intervista a Sara Cravagna, moglie del neo-diacono permanente Alessandro Lombardi: quando la vocazione personale diventa una vocazione familiare

Dall’incontro nato quasi per caso alla scelta di condividere la fede e il servizio alla Chiesa. Sara Cravagna racconta il cammino che ha accompagnato il marito, Alessandro Lombardi, verso l’ordinazione diaconale, senza perdere di vista la bellezza della vita quotidiana, la famiglia e l’affidamento al Signore.

 

Sara, partiamo da voi: ci racconti qualcosa della vostra famiglia e della vostra vita quotidiana?

Siamo una famiglia con radici molto forti, ma anche estremamente dinamica. Le nostre giornate sono un continuo incastro di lavoro, impegni, attività e tempi da dedicare alla nostra bambina. Viviamo a Gorizia e io ogni mattina mi sveglio alle 5.40 per prendere il treno e andare a lavorare a Trieste in Caritas.

Nonostante la corsa quotidiana e qualche inevitabile momento di stanchezza, siamo una famiglia gioiosa, che ama la propria quotidianità. La nostra famiglia è composta da me, Alessandro e nostra figlia Isabelle Marie, che ha sette anni, ma comprende anche i nostri genitori, ai quali siamo molto legati. Per noi mantenere unito questo nucleo di affetti è fondamentale. In una società in cui spesso i legami familiari si indeboliscono, crediamo che la famiglia sia un fondamento importante.

Torniamo all’inizio della vostra storia. Quando vi siete conosciuti e come è nato il vostro amore?

Ricordo perfettamente la data: il 19 ottobre 2013. Ci siamo conosciuti durante un concerto organizzato nella parrocchia di Sant’Andrea e Santa Rita in occasione di una serata dedicata alla beata Chiara Luce Badano. Io frequentavo quella parrocchia e facevo parte del coro che aveva organizzato l’evento. Alessandro, che allora viveva già a Gorizia dopo essersi trasferito dalla Lombardia, era stato invitato a suonare la chitarra. La cosa curiosa è che io quella sera non avrei dovuto esserci. Avevo programmato di andare a Londra con alcuni amici per un concerto di Peter Gabriel, ma una serie di imprevisti fece saltare il viaggio. E così mi ritrovai a quel concerto. Ancora oggi, ripensandoci, mi viene da dire che nulla succede per caso. Dopo il concerto siamo andati in pizzeria e, più tardi, ci siamo fermati a parlare. Non ricordo neppure come sia cominciata la conversazione, ma ricordo bene gli argomenti: la fede, la spiritualità, le cose importanti della vita. Anni dopo un collega della Caritas mi raccontò di averci visti quella sera in piazza Unità, a Trieste, mentre parlavamo fitto fitto. 

Credo che questo ci abbia caratterizzati fin dall’inizio: abbiamo sempre avuto un grande desiderio di parlare, di confrontarci e di condividere tutto.

E da quell’incontro siete arrivati in poco tempo alla decisione di sposarvi. Come è successo?

In quel periodo lavoravo già in Caritas, un’esperienza che per me non è mai stata semplicemente un lavoro, ma una vera vocazione. La carità e il servizio alle persone sono una missione, qualcosa che dà senso alle mie giornate. Accanto a questo c’erano gli amici, la lettura, il cinema e i viaggi. Avevo sempre desiderato costruire una famiglia, ma evidentemente non era ancora arrivato il momento.

Con Alessandro tutto è accaduto in modo molto naturale. Dopo esserci conosciuti, abbiamo continuato a sentirci e a parlare per ore, spesso fino alle due di notte, anche se lui finiva le lezioni di musica a Monfalcone alle dieci di sera. A Natale mi aveva invitata ad andare in montagna con lui e alcuni amici. La sera del 31 dicembre mi chiese di metterci insieme e diventare la sua ragazza. Allo scoccare della mezzanotte mi domandò: «Ma sai che cosa? Ci sposiamo!». Può sembrare una decisione precipitosa, ma per noi fu qualcosa di profondamente naturale. Quando incontri la persona giusta, senti una sorta di riconoscimento: è come se due anime si riconoscessero e si incastrassero alla perfezione. Il 6 gennaio 2014, durante un incontro tra le nostre famiglie organizzato per festeggiare i compleanni di mia mamma e di mio suocero, comunicammo ai nostri genitori l’intenzione di sposarci. Ci siamo sposati nel 2015 e nel 2019 è nata la nostra bambina.

Rileggendo la nostra storia, mi convinco sempre di più che ci fosse un disegno di Dio. Io quella sera non dovevo esserci; Alessandro, che pure aveva le sue radici in Lombardia, si trovava a Trieste per circostanze che avrebbero potuto essere diverse. E invece ci siamo incontrati. La nostra vita è andata avanti così, con la sensazione che, se impariamo a leggere i segni, il Signore ci accompagna anche attraverso gli avvenimenti più ordinari.

Che cosa ha significato per te scoprire che Alessandro stava iniziando un cammino di discernimento verso il diaconato? Hai avuto timori o preoccupazioni?

Non sono rimasta stupita dalla sua scelta. L’ho accolta con gioia e l’ho sostenuta pienamente, perché la fede è centrale nella nostra famiglia. L’affidamento al Signore è un punto di riferimento nel lavoro, nella vita familiare e nelle decisioni che prendiamo. Alessandro ha vissuto l’esperienza del seminario e questi anni di studio e formazione per arrivare all’ordinazione. È stato un percorso che abbiamo condiviso come famiglia, attraverso il dialogo e restando sempre uniti.

Naturalmente abbiamo cercato di coinvolgere anche nostra figlia, nei limiti di ciò che può comprendere alla sua età. Fin da quando era piccola abbiamo cercato di trasmetterle l’amore per Gesù attraverso gesti semplici e quotidiani. Ricordo che, da bambina, pregavo la sera con mia nonna materna. Prima delle favole c’erano le preghiere per ringraziare Gesù della giornata trascorsa e chiedergli di vegliare sul nostro sonno.

È una piccola tradizione che abbiamo ripreso anche con Isabel: prima della storia della buonanotte c’è il momento della preghiera e del ringraziamento. Sono gesti semplici, ma credo siano importanti per farle comprendere, poco alla volta, quanto contino la fede e l’amore per Gesù. 

Il cammino di Alessandro non è qualcosa che riguarda soltanto lui. È una strada che percorriamo insieme, come famiglia. Lui sostiene la mia vocazione alla carità e il mio servizio in Caritas; io sostengo lui nel suo servizio alla Chiesa. Ci accompagniamo reciprocamente, riconoscendo che ciascuno ha il proprio modo di vivere la chiamata al servizio.

Ora che avete vissuto il momento dell’ordinazione, quali sentimenti portate nel cuore? Che cosa ha significato per voi questo momento?

Abbiamo vissuto questo momento con tantissima gioia e con grande serenità. È un giorno atteso a lungo da Alessandro, ma lo sentiamo nostro, come famiglia. Ripensando alle esperienze belle e a quelle difficili che abbiamo attraversato, mi accorgo che anche queste ci hanno condotti fin qui. È stata una grande festa: coi nostri genitori, le persone care, un amico dell’oratorio di Alessandro arrivato da Milano e tanti amici che hanno desiderato condividere con noi questa gioia. C’erano anche i volontari del Centro d’ascolto della Caritas, persone che ci sono vicine e che hanno voluto far sentire il loro affetto. Tutto questo ci ha fatto e ci fa parte di una famiglia più grande, nella quale ci si sostiene a vicenda. Anche la comunità è importante: non siamo soli nel nostro cammino.

Non sappiamo esattamente che cosa ci riserverà il futuro, ma desideriamo viverlo nello stesso modo in cui abbiamo cercato di vivere questi anni: nell’ascolto, nel servizio e nell’affidamento al Signore. Credo che non si tratti tanto di imporre la propria volontà, quanto di imparare a mettersi in ascolto e a prestare attenzione ai piccoli segni attraverso i quali Dio parla al nostro cuore.

Alla fine della giornata, quando ci ritroviamo insieme per pregare e ringraziare il Signore, riusciamo ad affrontare la notte in pace. A volte basta il silenzio, uno sguardo, un respiro profondo e un grazie. Poi, il giorno dopo, ricomincia tutto: il lavoro, gli impegni, i ritmi della bambina, le corse quotidiane. Ci sono momenti di stanchezza, come in tutte le famiglie, ma ci sosteniamo a vicenda.

In fondo, il vostro segreto sembra essere proprio questo: continuare a correre, senza perdere la gioia…

Sì, direi proprio di sì.

Corriamo, ma corriamo con gioia. Cerchiamo di vivere ogni giornata per quello che è, senza dimenticare di ringraziare il Signore per ciò che ci dona.

Per noi l’affidamento non significa sapere già come andrà ogni cosa, ma avere fiducia e continuare a camminare insieme, in ascolto e al servizio degli altri. Ed è con questo spirito che abbiamo vissuto anche l’ordinazione di Alessandro: con gratitudine, serenità e tanta gioia.

 A cura di don Lorenzo Magarelli

Foto in evidenza: famiglia Lombardi

 

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