Dedizione a laicato e famiglie e amore smisurato per i giovani

Monsignor Lorenzo Bellomi nel ricordo di don Antonio Bortuzzo: pastore dal cuore tenero con la passione per l'unità della sua Chiesa

Intervistando varie persone per tracciare un ricordo del vescovo Lorenzo Bellomi,nemergono non solo le esperienze personali, ma anche pezzi di storia della Chiesa di Trieste. Ed ecco nomi, esperienze e realtà che magari oggi non sono nemmeno più attive. In questo modo le relazioni, i ricordi e i vissuti intrecciano una memoria forte e viva, anche per chi non ha vissuto certi anni e non ha conosciuto il vescovo Lorenzo. È quanto emerge, con generosità e affetto, anche dalle parole di don Antonio Bortuzzo, biblista, già direttore spirituale del Seminario Interdiocesano di Castellerio, oggi parroco, in solidum con don Davide Chersicla, della parrocchia di San Lorenzo martire: lo abbiamo raggiunto in una sera di agosto.

 

A trent’anni dalla morte di monsignor Lorenzo Bellomi, qual è il ricordo che porta con sé da un punto di vista ecclesiale e, poi, umano e personale?

Prima di tutto posso dire che, nonostante non siamo stati sempre d’accordo su tutto e abbiamo anche discusso a lungo in certe circostanze, con monsignor Bellomi ho sempre avuto un rapporto molto schietto: non sono sempre stato vicino a lui fisicamente, perché ho avuto anche dei periodi di vita lontano dalla diocesi – in Africa, a Roma e a Gerusalemme – ma

non posso dimenticare di essere stato il primo prete ordinato da lui, nel 1978, e questo lo considero come una grazia del Signore.

Dopo la mia ordinazione mi mandò subito a fare il cappellano della colonia dell’Opera Diocesana di Assistenza (ODA) a Sappada e ricordo ancora quando venne lì a trovarci: fu in quell’occasione che mi comunicò quale sarebbe stata la mia destinazione successiva. Poi, di quando in quando, tra i vari incarichi nelle parrocchie e l’insegnamento a scuola, ci vedevamo. Dopo tre anni, però, partii per il Kenya.

 

Come maturò questa decisione?

È un passo che decidemmo insieme, io e lui. E così è cominciata una distanza fisica di cinque anni, durante la mia missione come fidei donum. Poi è subentrata un’altra distanza, sempre per volontà sua, di altri cinque anni, quando mi mandò a studiare a Roma: quando tornavo a Trieste per le vacanze andavo a trovarlo, però era così… un “mordi e fuggi”. Al mio rientro in diocesi, mi inviò a Castellerio a fare il vicerettore, incarico che portai avanti per sette anni. In questo senso, alla luce di tutti questi miei spostamenti, non posso dire di essere stato un collaboratore fisso di monsignor Bellomi – il nostro rapporto non era fatto certamente di una frequentazione né quotidiana né settimanale – ma la nostra è stata sicuramente una forte vicinanza di spirito e posso dire di aver sempre avuto la massima confidenza con lui: ci vedevamo ogni tanto, per fare un po’ il punto della situazione e andare avanti, ecco.

 

Cosa sente di aver ricevuto da monsignor Bellomi?

Il Signore ci ha messo sulla stessa strada, in un certo senso, e direi che da lui ho ricevuto tanti doni. Il primo è che sono diventato prete per mezzo del suo ministero e questo crea in una persona, o almeno così è stato per me, un legame che è forte come quello che avevo con mio papà. E quindi anche il giorno della sua morte è stato un giorno duro per me… come quello della morte di papà.

Ecco, monsignor Bellomi era per me un altro papà.

Poi, un altro dono immenso che lui mi ha fatto è stato quello di lasciarmi andare in Africa, in missione: e questo nella mia vita, dopo quello della fede e del sacerdote, è stato certamente il dono più grande che io abbia ricevuto. Quegli anni  che ho passato in Africa, a Ngovio e a Iriamurai – quattro abbondanti… non erano proprio cinque – sono per me un’esperienza incancellabile. Poi mi mandò a studiare al Biblico e mi lasciò andare a Gerusalemme per approfondire lo studio della lingua ebraica. Tutti questi sono doni preziosissimi che ho ricevuto attraverso di lui. Non posso, quindi, che ringraziare Dio e ricordarlo, con tanta riconoscenza e tanta preghiera. Lo ricordo ogni giorno…

 

Umanamente, che ricordo conserva di lui?

Era un uomo come ci era stato presentato dalla sua mamma: un uomo che “spandeva lagrime per niente”, diceva lei… in realtà le “spandeva” anche per qualche ragione. Era un uomo emotivo, di una umiltà e di una immediatezza disarmante: quello che voleva dire si poteva leggere sul suo volto. Un uomo immediato, dal grande cuore, buono… e ricordo la sua sollecitudine per i preti:

lui aveva davvero a cuore di avere dei preti santi per la sua Chiesa

e quando prendeva qualche delusione con qualcuno, ne soffriva moltissimo. Avendo collaborato con lui anche su questioni delicate, posso testimoniare quanto ha fatto per alcuni preti che non camminavano sulla retta via. Non sono cose che si possono raccontare in un’intervista… ma posso dire, con piena cognizione di causa, che è stato eroico nella sua carità verso questi confratelli. Lui, d’altro canto, puntava in alto. Dobbiamo pensare che nella sua vita aveva avuto esempi molto forti: penso, per esempio, alla sua profonda amicizia e conoscenza con il professor Giuseppe Lazzati.

Devo, poi, sempre a monsignor Bellomi l’avermi introdotto ufficialmente nel mondo dell’Azione Cattolica dove sono ancora, dandomi prima la Fuci da seguire e poi anche gli altri ambiti associativi: anche quella è stata un’altra grazia che lui mi ha dato e cioè di poter collaborare molto da vicino con questi laici, dapprima i giovani e poi gli adulti e gli anziani.

 

Quindi aveva molto a cuore anche i laici?

Oh sì!

Aveva una vera dedizione a tutto tondo per il laicato e le famiglie. E un amore smisurato per i giovani.

Posso dire che, almeno da parte mia, questo suo amore è stato ricambiato. Ma so che c’erano tanti ragazzi e ragazze di quella volta che lo ricambiavano. E lo facevano dando tutto ciò che erano capaci di dare.

 

C’è stato un momento in cui monsignor Bellomi le chiese qualcosa che le costò particolarmente?

Sì, è stato quando mi chiese di tornare indietro dall’Africa: il mio è stato un “sì” che ho detto subito, come sempre ho fatto con tutti i vescovi. Ma è stato un “sì” che, se avessi saputo quanto mi sarebbe costato, forse non l’avrei detto così di getto, ecco… D’altra parte, queste sono le cose più preziose e bisogna “pagarle” in qualche modo…

 

Da quello che lei racconta mi pare di cogliere che monsignor Bellomi riusciva a vedere nel cuore delle persone e in particolare nel cuore dei sacerdoti. Quindi queste richieste che lui le ha fatto negli anni erano dettate da questa sua capacità?

Io ho saputo, dopo un buon numero di anni, come andarono le cose rispetto alla richiesta di partire per l’Africa. Quando don Tiziano Barbato doveva rientrare dalla missione in Kenya, monsignor Bellomi inviò una lettera a tutto il clero della diocesi, chiedendo chi fosse disponibile a sostituirlo. Io, ben presto, gli feci avere, per mano di un altro sacerdote, la lettera in cui esprimevo la mia disponibilità a partire. Monsignor Bellomi mi ringraziò subito per la disponibilità, dicendomi, però, che su di me aveva altri piani… dovevo studiare l’ebraico e studiare al Biblico… per obbedienza inghiottii quella pillola per me piuttosto amara e andai pure alla libreria delle Paoline ad acquistare la grammatica di lingua ebraica. In realtà, il vescovo era titubante perché aveva tra le mani quattro disponibilità per l’Africa e non sapeva chi scegliere: andò, quindi, a Gorizia a parlare con monsignor Cocolin, il quale gli disse semplicemente: “Scegli chi ha fatto domanda per primo”. La provvidenza volle che fossi stato io il primo e, quando monsignor Cocolin lo seppe, ne fu molto felice perché mi conosceva molto bene. Di lì a breve, quando meno me lo aspettavo, monsignor Bellomi mi comunicò che sarei partito per la missione in Kenya.

 

Altri ricordi?

Più che un ricordo, ho un rammarico. L’unico nei confronti del vescovo Lorenzo, anche se so che lui certamente mi ha perdonato. Negli ultimi due mesi della sua vita – che lui trascorse quasi tutti a Negrar, fuori Verona – ci era stato detto esplicitamente, da chi faceva le sue veci in Diocesi, di non andare a trovarlo perché doveva seguire un riposo assoluto. Lui pianse molto perché nessun prete andava a trovarlo… ma l’ho saputo dopo anni e questo mi ha fatto davvero tanto male.

Se io avessi solo intuito questo suo stato d’animo, certamente quella volta avrei disobbedito in pieno a chi comandava e avrei preso l’auto o il treno e sarei andato a trovarlo. Ma è andata così… Dio sa che non l’ho fatto per cattiveria e neanche perché avevo dimenticato il mio vescovo. Lo ricordavo continuamente ogni giorno e pregavo per lui.

A volte nella vita si creano anche queste situazioni molto spiacevoli… comunque sono cose del passato: adesso lui è con il Signore e quindi vede tutte le cose e capisce tutto quanto. Sono sereno e tranquillo.

 

Qual è o quali sono le eredità  che  Monsignor Bellomi ha lasciato alla Chiesa di Trieste e, a distanza di trent’anni, sono semi che continuano a crescere?

Come prima cosa, direi, il suo amore per la Chiesa di Trieste. Non era triestino, però davvero ha amato la sua Chiesa e l’ha fatto fino alla fine. E poi, la sua passione per l’unità. Si buttò a capofitto a studiare lo sloveno, tanto che noi frequentavamo le lezioni degli ultimi mesi di seminario e lui veniva all’ora di sloveno insieme a noi a studiare. Ma a noi, lo dico sorridendo, non andava troppo bene perché studiava troppo, era troppo bravo! Anche il professore lo lodava davanti a noi (che, come tutti gli studenti, eravamo un po’ pigrotti): so che ha fatto salti mortali per imparare lo sloveno e certamente non era un uomo portato per le lingue. Questa passione per l’unità nella sua Chiesa è scolpita, grazie alle parole scelte da monsignor Tarcisio Bosso, sulla lapide funebre della sua tomba, nella Cattedrale di San Giusto. In più occasioni mi disse: “L’unità è stato l’ultimo desiderio di Gesù, prima della sua passione e morte, lui ha pregato per questo e io non posso non desiderare ciò che il Signore stesso ha desiderato!”. Una passione, la sua, che si concretizzava in mille modi. Per lui era una fatica enorme, però cercava di dire ogni giorno l’Ufficio delle Letture in sloveno per mantenersi in esercizio. Che forza! E i fedeli sloveni lo intuirono e so per certo per le loro dirette testimonianze che gli vollero molto bene.

Un’altra cosa che ricordo è il fatto che fosse molto ben preparato e

conosceva a menadito il Concilio Ecumenico Vaticano II e soprattutto tutta la dottrina della chiesa sul matrimonio e la famiglia. Ce l’aveva proprio a cuore.

 

Tanti tanti doni, quindi. Ma c’era qualcosa che gli mancava?

Sicuramente non aveva il dono della diplomazia: era una persona limpida. Se era contento, si vedeva che era contento e se era triste, si vedeva che era triste. Se era preoccupato non riusciva a nascondere la sua preoccupazione… questo i triestini lo avevano capito. Tanto che nei giorni dopo la sua morte e al suo funerale ci fu una fila interminabile di persone venute a rendergli omaggio. Non ricordo una simile manifestazione di affetto da parte dei triestini per nessun altro personaggio pubblico. Ricordo anche una frase detta dal Cardinale Cè nell’omelia delle esequie: “Trieste ha avuto una grazia eccezionale dal Signore: avere un vescovo dal cuore tenero”. Credo lo abbia sintetizzato perfettamente.

 

Vuole aggiungere ancora qualcosa?

Sì… siccome ormai comincio ad avere un certo numero di anni, ogni tanto penso che, se il Padre Eterno mi dà la grazia di prendermi in Paradiso – magari dopo un congruo numero di anni a “lavare i cenci” da un’altra parte – oltre ad essere contento di vedere il Signore, sarò anche contento di riabbracciare papà e mamma e anche i miei vescovi, quindi monsignor Bellomi, monsignor Santin, don Eugenio Ravignani… per me tutti esempi importanti di vita cristiana.

a cura di Luisa Pozzar

 

Foto in evidenza: Diocesi di Trieste

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