La pace: una malattia dalla quale non guarire mai

Don Luigi Ciotti, a Trieste per una serie di appuntamenti, ha esortato ad avere coraggio, "uno scatto in più", per dire che l'unica via possibile è la pace

Dovremmo essere tutti “ammalati di pace” e, possibilmente, non guarire mai. Questo l’accorato invito che don Luigi Ciotti ha lasciato alla città di Trieste domenica 19 aprile scorso nel suo intervento sul Molo Audace, tenutosi alle 10.30. Presente in città per una serie di appuntamenti organizzati dalla Piccola Comunità Domestica di via San Francesco per onorare la memoria di Carlo Alberto Gioppo Rini a 10 anni dalla sua morte, la sua voce ha raccontato una verità che in pochi, forse, hanno il coraggio di dire. 

Le forze dell’ordine schierate a sua protezione – da anni vive sotto scorta a causa delle minacce di morte ricevute dalla mafia per il suo impegno a favore della legalità e contro tutte le mafie – e un sorridente Sindaco Di Piazza lo hanno accompagnato camminando lungo il Molo Audace per raggiungere la Rosa dei Venti, punto nel quale era previsto il suo appello alla Pace. Pian piano un po’ di gente è accorsa: oltre a coloro che, a conoscenza dell’appuntamento, erano lì motivati ad ascoltare le parole sempre forti di questo testimone del nostro tempo – con una rappresentanza di “Libera contro le mafie“, di cui Ciotti è fondatore -, ecco anche qualche turista incuriosito che, educatamente, chiede cosa stia succedendo.

«Alcune parole che dirò sono un po’ stanche» avverte, iniziando il suo intervento «sono stanche, ma hanno bisogno di uno scatto in più da parte di ciascuno, anche di noi, anche di chi è già impegnato. 

Siamo qui per dirci che la guerra è un fallimento della politica e dell’umanità. Sono le parole di un grande papa di nome Francesco che, a un anno dalla sua morte, oggi ricordiamo. La guerra, sono le sue parole, è un fallimento della politica e dell’umanità. È una resa vergognosa, è una sconfitta di fronte alle forze del male – noi qui aggiungiamo con forza – è una carneficina che disonora chi la compie e chi la tollera. Non si può tollerare quello che sta avvenendo. Le guerre uccidono, distruggono, inquinano. Sono un trittico di morte». 

E aggiunge, incalzando con maggior energia ancora: «Le guerre sono un grande affare per le mafie, per i trafficanti di armi e per le multinazionali del petrolio e non solo. Sono un grande affare anche per chi gestisce certi poteri sulla faccia di questo pianeta. Allora dobbiamo avere coraggio, tutti. Avere il coraggio, più coraggio tutti, anche chi è già impegnato. Uno scatto in più. 

Dobbiamo avere il coraggio di fermare questa corsa folle. Di metterci di mezzo, ciascuno col proprio corpo e anche col nostro cuore. Per fermare i creatori di moderni inferni. Quello che sta succedendo graffia di più le nostre coscienze. Il silenzio va rotto, l’indifferenza va smascherata, l’inerzia va scossa con la forza della presenza, della partecipazione e della passione civile». 

A più riprese, gli applausi dei presenti sottolineano queste parole forti e coraggiose che dalla punta del Molo si irradiano a tutta la città, anche a chi non può sentirle perché è lontano e l’amplificazione non è così potente.

L’affondo, però, prosegue perché per Ciotti non basta «essere formalmente irreprensibili». Si può, infatti, «avere le mani pulite, ma stare alla finestra mentre il mondo brucia e rendersi, quindi, complici dell’indifferenza e dell’ingiustizia che avanza e colpisce i più deboli e i meno tutelati. 

È impressionante questa folle corsa al riarmo, nella quale, al di là di alcune dichiarazioni, l’Italia è protagonista. Non è possibile che il nostro Paese mastichi parole di pace, ma in realtà costruisca strumenti di morte. La pace si costruisce con gli strumenti della pace. Dov’è la diplomazia? Dov’è la politica internazionale? Il diritto? 

Nella sola Ucraina ci sono 19.500 bambini portati via dalle loro famiglie e deportati in Russia… e quelle distese di lenzuoli bianchi, piccoli, per coprire i corpi di tanti bambini, che abbiamo visto in tante immagini in questi mesi, sono il segnale estremo che anche l’ultimo confine della barbarie è stato violato! E il mondo, nel suo insieme, tace». Serve il coraggio di non cedere alla rassegnazione e non accontentarsi più della semplice indignazione. Serve agire. E citando don Tonino Bello – nel 30° della sua morte – don Ciotti ha proseguito: «Certo, dobbiamo lottare per la salute, per il bene e il benessere di tutti sulla faccia della terra, ma anche nella consapevolezza che 

c’è una malattia dalla quale non guarire mai, tanto da sentirla sempre più profonda dentro le nostre viscere. È la malattia della pace. Abbiamo bisogno di pace: non dimenticandoci che ci sono dei momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo morale e una responsabilità civile, un imperativo etico». 

Incoraggiando quella «città nella città» costituita dalle persone, dai movimenti, dalle associazioni che già si impegnano e alle quali è richiesto, oggi, quello «scatto in più» per fermare la guerra e affermare la pace, don Ciotti ha concluso: 

«Anche se ci sentiamo piccoli e fragili, c’è bisogno che uniamo ancora di più le nostre forze per diventare una forza di pace e per non guarire mai da questa “malattia terribile” che è la pace. Dobbiamo viverla fino in fondo, costi quel che costi». 

Al termine di questo significativo momento, don Luigi Ciotti si è intrattenuto con i presenti, ha salutato persone, stretto mani, ascoltato storie, condivisioni. E gli abbiamo chiesto come si fa a conciliare la dimensione della cittadinanza con quella della fede. Generosa, come sempre, la sua risposta: «Ognuno deve avere i suoi riferimenti, deve viverli.

Innanzitutto serve la coerenza con la parola di Dio, che è una parola scomoda, difficile, provocante, ma sempre carica di affetto, di stima, di riconoscenza. Il Signore ci chiede di dire meno parole e di fare più azioni e ci stimola a essere persone che non dicono “Signore, Signore!” e tutto finisce lì… ma che ci impegniamo concretamente per andare incontro a chi ha più bisogno. 

Ci invita a non dimenticarci che Dio ama tutti, sennò non sarebbe Dio, ma ha una piccola preferenza e chiede anche a noi di avere questa piccola preferenza verso quelli che fanno più fatica, le persone più fragili, i più vulnerabili. Proprio nel Vangelo troviamo la parola di Dio che ci invita a metterci in gioco. Non basta cercare Dio, ma dobbiamo accoglierlo e questa è la grande provocazione». Sì, ma come fare? «Dio non vive nei tabernacoli d’oro… Dio vive proprio nella pelle, nella vita, nelle fatiche, nelle speranze delle persone, soprattutto le persone più fragili, dalle persone più anziane alle persone più piccole, alle persone malate, alle persone ai margini della società. C’è un’attenzione» ha proseguito «alle periferie geografiche, ma anche alle periferie esistenziali. Allora siamo chiamati ad esserci, a dare… Ecco, 

è Dio che fissa gli appuntamenti con le persone: noi dobbiamo dare una mano a Dio. Non siamo noi che convertiamo, che facciamo cambiare. Noi diamo una mano a Dio, con tutti i nostri limiti, ma anche con la nostra passione, con le nostre energie, con la nostra fede. Dobbiamo credere nella sua Parola». 

La mattinata si è conclusa, poi, nella Cattedrale di San Giusto con la Santa Messa presieduta dal Vescovo, Enrico Trevisi, che, al termine, ringraziando don Ciotti per la sua presenza a Trieste e anche per le parole pronunciate nell’omelia, ha affermato: «Ce ne fossero tante di piccole comunità domestiche che offrono alla città momenti come quelli vissuti in questi giorni! Per potersi fermare, riflettere, incontrarsi, pregare, sperare e anche desiderare. Perché siamo in un mondo nel quale talvolta ci rubano anche i desideri, anche quelli di pace, di giustizia, di libertà, di amore, di salvezza. 

Grazie davvero di cuore a tutti gli organizzatori e grazie a don Luigi per la sua testimonianza, per il suo ministero fecondo. Che sia ispiratore anche per tutti noi a non scoraggiarci di fronte alle cattiverie, alle mafie, di fronte alle ingiustizie, alle dipendenze, alle disperazioni, perché noi abbiamo il Signore Gesù».

Luisa Pozzar

Foto di Luca Tedeschi

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato, ti invitiamo a iscriverti al nostro canale Whatsapp cliccando qui

 

13min15
LTR19471
LTR19453
LTR19448
LTR19430
LTR19426
LTR19420
LTR19114
LTR19103
LTR19101
LTR19086
LTR19069
LTR19019
LTR19007
LTR19002
LTR18943


Chi siamo

Portale di informazione online della Diocesi di Trieste

Iscr. al Registro della Stampa del Tribunale di Trieste
n.4/2022-3500/2022 V.G. dd.19.10.2022

Diocesi di Trieste iscritta al ROC nr. 39777


CONTATTI