La gioia del servizio alla gente e alla Chiesa

A colloquio con don Giorgio Petrarcheni, attuale parroco di Santa Caterina da Siena, che il 27 giugno prossimo festeggerà i 50 anni di ordinazione sacerdotale

Sulla scia della Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, in occasione del 50° anniversario di ordinazione sacerdotale, abbiamo raggiunto don Giorgio Petrarcheni nella parrocchia di Santa Caterina da Siena, dove è attualmente parroco. Un colloquio franco, nel quale si è raccontato con la generosità che, da sempre, lo caratterizza. Tanti i temi emersi: l’amore per la Chiesa e il ministero sacerdotale e uno sguardo sempre positivo sulla realtà e il futuro.

Partiamo dall’inizio. Quando è nata la sua vocazione? Si ricorda un momento preciso in cui ha sentito questa chiamata? 

Tutto è nato in una famiglia molto religiosa dove papà era organista in chiesa, mamma cantava in coro e noi sei tra fratelli e sorelle frequentavamo costantemente la parrocchia anche perché era l’unico luogo in cui si poteva stare, si poteva giocare con gli amici e quindi era un appuntamento fisso quotidiano.

In che parrocchia? 

Santi Pietro Paolo, via Cologna. A un certo momento, cappellano che allora era in parrocchia,

don Bruno Danelon, ha fatto la proposta a me e a un altro ragazzo di entrare in Seminario per provare. Quella sera siamo entrati in Seminario e abbiamo incominciato il percorso. Prima la scuola media, poi le superiori e nel frattempo, tra alti e bassi chiaramente, è maturato questo desiderio di servire il Signore, di servire i fratelli, di darmi completamente a lui. La decisione l’ho presa poi definitivamente negli anni dello Studio Teologico e quindi ho continuato il mio cammino fino all’accettazione della mia richiesta di poter ricevere i ministeri e poi il diaconato e il presbiterato.

Non è che ci sia stato un momento specifico… è stato un percorso. Un percorso sostenuto sempre dalla mia famiglia che ha continuato a frequentare la Chiesa, a fare vari servizi come eravamo abituati fin da piccoli. Io come ministrante, come cantore e poi abbiamo messo su un’attività di corale, sempre all’interno della parrocchia per cui siamo cresciuti lì e questo ci ha dato anche poi il “la” per continuare il nostro cammino di fede tutti quanti e in particolare il sottoscritto che ha fatto questa scelta, di essere chiamato dal Signore per darmi completamente a Lui e alla Chiesa.

E in questo percorso, oltre alla sua famiglia, c’erano con lei i suoi compagni di Seminario immagino…

Sì, quella volta in Seminario eravamo tanti, in prima media, tanto per dire, eravamo in 36. Poi ci siamo persi nel corso del cammino e di quella classe sono arrivato solo io a essere prete. Però è stato un percorso comunque bello interessante, con alti e bassi come tutti i ragazzi giovani alla ricerca del senso della vita.

Quindi in quali anni si è dipanato il suo percorso?

Dunque… io sono entrato in seminario nel ‘63 e sono diventato prete nel ‘76.

13 anni di cammino non sono pochi…

No, anche perché ho fatto proprio il percorso classico di studi dalla quinta elementare, poi le medie e i cinque anni di superiori al liceo classico che si faceva all’interno del Seminario e poi cinque anni di Teologia.

Nella foto, don Giorgio Petrarcheni (ultimo a destra) nel giorno dell’ordinazione sacerdotale insieme a don Christian Crisanaz (primo a sinistra) e a don Alighiero Dalle Pezze

 

C’è qualcuno che ha lasciato un’impronta importante nella sua formazione? 

Sicuramente. Soprattutto negli anni di Teologia. Penso a monsignor Tarcisio Bosso, a monsignor Ravignani… anche al cappellano in manicomio, don Pio Vincenzi, che ci ha fatto innamorare della Scrittura.

Questo aspetto dell’innamorarsi della Sacra scrittura, quanto, secondo lei, è importante? Perché non è detto che capiti… 

Io direi fondamentale, perché

quella Parola deve costantemente risuonare nel cuore del prete, deve essere costantemente il nutrimento, accanto all’Eucaristia, accanto agli altri sacramenti. Quella parola ha il ruolo di rimetterti continuamente davanti al Signore, di stare con Lui, di parlare con Lui, di sentire, di dialogare, di farla vibrare nel tuo cuore, per poi essere capace anche di trasmetterla, perché è compito del prete anche questo. Ma se non l’hai prima masticata, come dicevano i padri Chiesa, non puoi darla agli altri.

Si ricorda una parola, un passo della Scrittura che l’ha sempre accompagnata negli anni?

Il Salmo 23, “il Signore è il mio pastore”, mi ha sempre colpito: ho cercato sempre di ispirarmi a questo bel e buon pastore nella mia esperienza di prete in questi 50 anni.

E ha avuto dei pastori che l’hanno accompagnata con grande cuore?

C’è stato innanzitutto don Bruno Danelon, poi don Vittorio Cenzato, che era al parroco ai Santi Pietro e Paolo e mi ha accompagnato proprio all’altare. E poi ricorderei don Franco Tanasco, don Lucio Gridelli, monsignor Ravignani, nel periodo in cui è stato Rettore del Seminario, anche don Cattaruzza… poi ce ne sono tanti altri…

Dal ‘76 a oggi sono cambiate tante cose, nel mondo soprattutto, rispetto a quando ha iniziato il suo ministero. Ha visto cambiare il ruolo del sacerdote? Oppure il ruolo in sé è lo stesso, ma è il modo in cui si può esercitare a essersi trasformato? 

Sicuramente il ruolo dovrebbe essere lo stesso: uso il condizionale, perché dipende anche molto dalle persone, dai caratteri,

però il filo conduttore dovrebbe essere unico. Certo, il modo di rapportarsi, di vivere il ministero, di essere a contatto con le persone, con le realtà, quello è cambiato nel tempo e, purtroppo, secondo me, c’è stato anche un, tra virgolette, impoverimento della Chiesa, nel senso che si è voluto mettere in risalto chi la gerarchia ecclesiale, chi la sinodalità ecclesiale, chi il fai-da-te ecclesiale… e questo ha creato confusione. In più, il fatto che siamo diventati un po’ succubi del tempo, per cui non abbiamo mai il tempo necessario, ci porta a trascurare un po’ la vita interiore, il rapporto con il Signore, o a relegarlo a momenti molto brevi. Questo, logicamente, è un dato un po’ comune in questi tempi, oltre al fatto che tanti social e tante espressioni che ritroviamo in questo contesto creano confusione e mettono a disagio le persone: le mettono nella condizione di ricercare più l’individualità che la comunità.

Quanto è stata importante la comunità per lei? 

Per me è stata fondamentale. Fondamentale in tutte le esperienze che ho fatto in questi 50 anni: se non avessi avuto una comunità sempre viva alle spalle, penso che facilmente sarei naufragato. Mi ha sempre sostenuto sia nei primi anni di sacerdozio, quando mi occupavo più dei ragazzi in Seminario, come vicerettore, o nell’Azione Cattolica, o altre esperienze, avere questo contatto continuo, costante, diretto: era uno stimolo. Così, poi, quando ho incominciato il servizio pastorale nella parrocchia, prima a San Pio X, poi a San Gerolamo, ho sentito ancora di più questa vicinanza e questa importanza dell’avere attorno persone che si mettevano costantemente in gioco per il bene gratuito, da spendere senza riserve. E questo è stato fondamentale e mi ha portato poi ad avere una forte esperienza di comunità negli anni di Muggia. Sono stato catapultato, senza arte né parte, in una realtà non certo facile, però bella e viva ed è stato uno stimolo continuo: intessere rapporti con le persone è stata la cosa più bella e ancora oggi continua questo modo di essere e di fare.

Diciamo che Muggia è una comunità particolare con le sue specificità… in un contesto di questo tipo come si fa a coniugare la dimensione civile e religiosa in una comunità? Serve farlo? 

Io credo che sia utile, ecco. Dipende sempre dalla comunità, dal contesto, dalle ragioni storiche e meno storiche, da tanti fattori, però credo che sia importante che ci sia questa ricerca del bene anche attraverso i contatti sociali, attraverso i contatti politici – non mi riferisco alla politica partitica, ma alla politica come servizio alla polis, alla città e, negli anni che sono stato lì a Muggia, questo l’abbiamo fatto sia con Dipiazza, che è diventato sindaco proprio nell’anno in cui ho iniziato il mio ministero a Muggia, sia poi con chi l’ha seguito: c’è stato questo interesse comune nel servire, nel cercare il meglio per la cittadinanza, sia da parte nostra come Chiesa, sia da parte del Comune. Una bella collaborazione.

Prima diceva che, a un certo punto, le è stato chiesto di fare un servizio in Curia: ciò significava essere impegnato per molte ore in un ufficio…

Il problema era sorto per delle mie difficoltà di salute, per cui il vescovo mi aveva chiesto di lasciare la parrocchia di San Vincenzo e venire in Curia a dare una mano con questo servizio in Cancelleria. Al tempo stesso, però, venivo già qui a Santa Caterina…  quella volta come cappellano festivo, come aiuto, e quindi comunque avevo un certo legame con la comunità. Alla mattina ero in Curia e al pomeriggio venivo qua a celebrare la Messa: ho cominciato a conoscere le persone e poi, passato il momento difficile di salute, il vescovo mi ha chiesto di prendere in mano la comunità e sono ancora qua.

È stato complicato non fare il parroco per un periodo? Cioè, le è mancato qualcosa? 

A me non piace molto il servizio, tra virgolette, impiegatizio, per cui ho fatto un po’ di difficoltà in quegli anni. L’ho fatto perché era giusto farlo, era giusto mettersi comunque a disposizione come ho sempre fatto nella mia vita, però mi mancava la vicinanza, la gente, la comunità.

Ecco, ha toccato il tema dell’obbedienza…  Se dovesse dire cos’è stata per lei e cos’è per lei l’obbedienza, se è una cosa che vive in modo naturale, abbastanza leggero, o è una cosa che può pesare, cosa direbbe?

Sicuramente io sono partito sempre dal fatto che nell’ordinazione mi è stato chiesta espressamente l’obbedienza. Non l’obbedienza passiva, ma un’obbedienza attiva, un’obbedienza costruttiva, per cui ho sempre tenuto fede a questo impegno e non ho mai detto “no” alle varie proposte che mi sono state fatte in questi cinquant’anni dal Vescovo, dagli altri superiori, per vari incarichi e impegni che potevano essere assunti sia a livello personale o a livello parrocchiale o a livello diocesano. 

Ho sempre detto “sì” perché ho guardato sempre all’esperienza di Cristo, al suo “sì” costante e continuo senza ripensamenti. Certo, alle volte ci soffri, anche perché non è facile… però c’è qualcosa di più che in qualche maniera ti sostiene e ti porta a dire “se questa è la volontà del Signore che mi chiede questo, cerco di farlo”. Oggi vedo che la cosa è un po’ andata in disuso, tra virgolette, un po’ altalenante, si pensa sempre ai propri interessi, ai propri tornaconti, si fa difficoltà a buttarsi, a lasciarsi andare, a credere proprio nell’amore del Signore, nel suo non abbandonarci, nel suo guidarci, anche nelle cose più difficili che ci possono essere proposte.

Spesso si dice che la Chiesa è fuori dai tempi, che è una roba vecchia, che adesso non ha più senso. Alla luce di quanto ci ha condiviso, secondo lei, è vero? 

No, la Chiesa non è vecchia. Sono le persone a essere vecchie, alle volte, perché si radicano in certe posizioni, in certi pensieri, in certi modi essere. La Chiesa non è vecchia perché è dinamica sempre, perché Cristo è un dinamismo continuo per noi. La Chiesa, pur rimanendo sempre fedele ai suoi principi fondanti, però al tempo stesso si mette anche al passo con i tempi. Tanto per fare un esempio, di recente abbiamo celebrato un primo gruppo di Prime Comunioni, con persone, famiglie che si erano un po’ allontanate dopo il Battesimo dei figli, disperse… recuperate attraverso la Comunione e questo è avvenuto sempre. Quindi, continua a ripetersi il bene che si può fare cercando di essere vicini alle persone e la Chiesa ha questo compito, secondo me, quindi non è che sia superata…

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Se si guarda indietro, cosa vede di questi 50 anni di sacerdozio?

Vedo la gioia che ho potuto vivere in questi 50 anni di servizio alla Chiesa, al popolo di Dio. Non penso mai alle difficoltà che ci sono state, ma sempre alla positività del percorso. Ho fatto tante esperienze in questi 50 anni, sia come servizi diocesani, sia come cappellano, sia come parroco, però la cosa che sempre mi ha sostenuto è stata proprio la voglia di servire, la voglia di stare a servizio della gente. La voglia di trasmettere la gioia, la forza e il bene che si può fare in ogni situazione, in ogni circostanza. Bisogna essere positivi, guardare sempre il bicchiere mezzo pieno: è chiaro che tutti quanti vorremmo di più, di meglio, però accontentiamoci di quello che abbiamo e vediamo in quello che abbiamo la presenza del Signore, la presenza dei fratelli, la presenza del bene che si può operare.

Di bene ce n’è tanto da fare…

Tanto, sì. Quello non manca assolutamente.

Cosa si sentirebbe di dire a un giovane di oggi che è ricerca? 

Gli direi sii riflessivo, sii costruttivo, sii battagliero, non essere un remissivo, non dire “ma chissà…”, sii forte, forte nella ricerca. Non è detto che tutti dobbiamo diventare preti o suore, però il Signore sicuramente chiama e, se uno si mette in ascolto, poi arriva anche alla conclusione di quella che sarà la sua strada. Ripeto, non è per tutti uguale, però è importante fare questo cammino di ricerca, questo lasciare che lo Spirito ci suggerisca le varie vie della vita e ci aiuti a dare un senso alla nostra vita con delle scelte corrispondenti.

In questo ha qualche ruolo anche il silenzio?

Tante volte a noi mancano questi momenti per guardarci allo specchio e in quello specchio non vedere semplicemente la nostra immagine, ma l’immagine di Cristo che ci indica un cammino, che ci indica una strada, che ci indica dei valori sui quali fondare la nostra vita e far crescere la nostra esperienza.

E un giovane che non ha mai incontrato Cristo come fa?

Un giovane che non ha mai incontrato Cristo credo che proprio dal silenzio, dalla ricerca del senso della sua vita, dagli incontri che fa nella sua esistenza di persone, di situazioni, può trovare anche in questo la sua via. Per fare un passo successivo di ricerca, è molto importante che ci sia l’apertura del cuore e non ci sia soprattutto l’esclusione. L’esclusione, per esempio, di persone che conosco, che hanno un certo stile di vita, un certo modo di fare. Serve apertura, essere aperti nonostante tutto. E quindi uno spirito di ricerca, di ricerca del bene, dello star bene, dell’essere contenti, dell’essere felici, che poi mi porterà anche a delle scelte, incontrando persone, incontrando situazioni, eccetera.

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Guardando alla sua vita, pensa che sia valsa la pena di diventare sacerdote?

Assolutamente.

Sono completamente soddisfatto. Ripeto, cerco di non guardare mai alle pagine difficili del cammino, ma alla gioia che ho sperimentato nella vita. Certo, sono stati importanti anche quei momenti difficili, perché forgiano e riempiono, però sono passati. Quello che conta di più è vivere nella serenità, nella gioia il proprio essere, il proprio stare.

C’è qualcos’altro che vorrebbe aggiungere?

Quello che vorrei sottolineare è proprio il valore del mettersi in gioco, il valore del mettersi in gioco costantemente, continuamente, nelle sfide quotidiane.

Luisa Pozzar

 

Foto in evidenza: Luca Tedeschi

 

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