Lo sguardo di Gesù tra compassione e missione

Lo sguardo di Gesù, ha affermato ancora Papa Leone, è capace di trasformare la realtà: “piena d’amore, la sua iniziativa dà vita a un popolo nuovo, la Chiesa, chiamato a continuare la missione degli apostoli”.

Il Vangelo di questa domenica, XI del tempo ordinario, ci offre una prospettiva particolare attraverso la quale vedere il Signore, si potrebbe quasi dire uno sguardo intimo in quanto, scrive Matteo, “vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Gesù vede la gente ma nello stesso tempo ne coglie la povertà, le sofferenze; non è uno sguardo distratto, distante. È un racconto, dice Papa Francesco all’Angelus, che “testimonia l’attenzione della sua vista, oltre a dirci che cosa il Signore osserva”. Come dire, è lo sguardo di chi si lascia toccare dagli sguardi degli altri, dalle loro ferite. Come le parole che ha pronunciato nel suo viaggio in Spagna, rivolgendosi ai migranti, alle persone e ai volontari che si occupano dell’accoglienza. Nella mente del Papa sicuramente ci sono le testimonianze ascoltate al porto delle Canarie, volti di uomini e donne vittime di “coloro che approfittano della disperazione, che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare”.

Quanta sintonia con le parole che il Papa pronuncia all’Angelus commentando il Vangelo di Matteo: Gesù, dice Leone XIV, “guarda la gente, guarda l’umanità: vede l’oppressione che schiaccia e la violenza che toglie la forza. Vede le ferite delle guerre e il vuoto del consumismo. Vede volti ridotti a maschere, famiglie spezzate dal male e giovani illusi da falsi ideali. Gesù vede e ama. Ama e soffre per noi, con noi: la sua compassione esprime non solo vicinanza fraterna, ma volontà di redenzione”.

Parole che chiedono attenzione, coinvolgimento; quante persone incontriamo lungo le nostre strade, persine stanche e sfinite, uomini e donne che faticano a condurre una esistenza dignitosa, giovani in cerca di lavoro in un tempo fatto di precarietà, anziani soli. Di fronte a questo smarrimento, Gesù non si volta dall’altra parte: “conosce il nostro cuore e se ne prende cura: davanti a tante persone simili a pecore che non hanno pastore, Cristo si dedica a tutte come buon pastore e, come signore della messe, manda operai nel campo del mondo”. Andare in missione, ricordava Papa Francesco, “non è fare turismo”.

Matteo ci ricorda i nomi dei primi dodici: Pietro e il fratello Andrea pescatori che incontra sulle rive del mare di Galilea, il lago di Tiberiade, o nei pressi del fiume Giordano per l’evangelista Giovanni; c’è l’incredulo Tommaso, Matteo che da esattore delle tasse è diventato discepolo e apostolo, e anche Giuda che alla fine lo tradirà. Gesù chiede loro di pregare il Signore “perché mandi operai nella sua messe”. Poi chiamandoli a sé “diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità”. Ma qual è, dunque, “il lavoro che devono svolgere? Dare il conforto di Dio a chi soffre: portare carità dove c’è miseria, speranza dove c’è afflizione, fede dove c’è sfiducia”.

Parole che ci riportano alla memoria quelle pronunciate da san Giovanni Paolo II nel giorno del suo inizio di Pontificato: “non abbiate paura, aprite, anzi spalancate le porte a Cristo”, aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici”. Quasi 27 anni più tardi Benedetto XVI ricorderà quelle parole per dire che il suo predecessore “parlava ai forti, ai potenti del mondo”, i quali temevano che “Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere”.

Sicuramente, diceva Papa Ratzinger, avrebbe portato via “il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell’arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell’uomo, alla sua dignità, all’edificazione di una società giusta”.

Il Vangelo è parola viva, afferma il vescovo di Roma, buona notizia che attraversa i secoli sempre “identica, sempre giovane, fresca e liberante: il Regno dei cieli è vicino”. E quando questo Vangelo è annunciato e praticato “il male crolla come una malattia che finisce, come una notte che cede all’aurora, come la morte vinta dal Risorto”.

Lo sguardo di Gesù, ha affermato ancora Papa Leone, è capace di trasformare la realtà: “piena d’amore, la sua iniziativa dà vita a un popolo nuovo, la Chiesa, chiamato a continuare la missione degli apostoli”. Un dono gratuito “perché il suo valore eccede ogni misura – dice il Papa – è impossibile meritarla o comprarla”. Una grazia che ha il nome di misericordia. E ancora: “Il compito di evangelizzare nasce dal dono di Dio che in Cristo diventa perdono per il mondo, servizio a chi è più piccolo e povero, impegno per la giustizia”.

Fabio Zavattaro (SIR)

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