«Ai ragazzi dobbiamo restituire il tempo per fare domande»

Nel corso della tregiorni di aggiornamento dei docenti IRC, intervista a Monica Mondo, giornalista e autrice di "Caro Gesù", "Buongiorno, prof!" e "Soul"

Cultura, carità, missione. Sono le tre parole con cui Monica Mondo, giornalista, volto e voce della trasmissione Soul di TV2000 e autrice di programmi rivolti anche ai giovani e ai bambini come Buongiorno, prof! e Caro Gesù, ha aperto il suo intervento nelle giornate di formazione degli insegnanti di religione cattolica della Diocesi, dal 2 al 4 settembre all’auditorium “Francesco Bonifacio”. Un incontro dedicato al rapporto tra cultura e religione oggi, dal quale sono emersi numerosi spunti per il lavoro quotidiano degli insegnanti.

Nella società il senso religioso c’è e il bisogno di Dio si manifesta soprattutto nei momenti drammatici della vita. Come può un insegnante intercettare questo bisogno profondo e far emergere le domande dei giovani?

Senza domande non sono possibili risposte. Oggi i ragazzi vivono immersi nella frenesia, nella corsa, nel rumore, nei social. È uno stile di vita che spinge a fare tante esperienze e tante cose, ma che rischia di diventare un vagare e soprattutto toglie tempo per pensare.

I giovani sono continuamente nella rincorsa di desideri fondamentali, ma non sempre questi desideri rispondono alla domanda di senso. Per questo l’insegnante deve svolgere quasi un lavoro maieutico: aiutare a “scrostare”, a fare pulizia, a spingere al silenzio e all’ascolto.

Può essere una musica, una poesia, una notizia, una realtà che grida. Bisogna mettere i ragazzi di fronte alla realtà. I giovani cercano esperienze e modelli di vita vera.

Quali strumenti può avere un insegnante per accendere questa ricerca?

Le storie. Sono i racconti che stupiscono e rimangono.

Penso alle storie dei giusti: Edith Stein, Frassati, Carlo Acutis, suor Clare Crockett. Sono persone che possono apparire come dei veri supereroi, perché hanno scoperto il potere della carità. Le loro storie accendono desideri.

Quando si accende una scintilla, i ragazzi partono. Per questo bisogna offrire loro esperienze vere, storie di uomini e donne, anche attraverso l’arte.

E poi bisogna parlare dei missionari: raccontare di chi vive in Paesi dove magari si cammina un’ora e mezza per andare a Messa, oppure delle monache di clausura. Sono esperienze che interrogano: perché una persona sceglie una vita così? Che cosa ha trovato? Qual è il suo desiderio più grande?

Riprendendo l’esperienza di Caro Gesù, come si può narrare la fede ai bambini di oggi e far scoprire loro che è bello essere cristiani?

Con i bambini il linguaggio fondamentale è quello della narrazione. In Caro Gesù abbiamo scelto di raccontare le storie dei santi e dei grandi personaggi della Bibbia.

San Francesco, Sant’Antonio, Giovanna d’Arco, santa Teresa di Calcutta e tanti altri diventano per i bambini dei veri “supereroi”: persone che hanno vinto il mondo attraverso il potere della carità.

Anche ai miei nipotini racconto le storie dei santi e loro mi fanno molte domande sull’amore, sulla vita, sulla morte. E non sempre ho una risposta. Ma anche un “non lo so” educa e apre al mistero, allo stupore.

Credo che non dobbiamo avere paura di raccontare la fede. Le storie di uomini e donne che hanno vissuto fino in fondo la loro esperienza cristiana possono ancora parlare ai bambini e ai ragazzi.

Un terzo elemento è quello della cultura. Come riscoprire i testi, le poesie, gli scritti e le opere dei grandi pensatori cattolici e laici, facendo emergere il contributo della cultura cristiana alla società?

Bisogna leggere e rileggere i grandi della cultura cattolica europea: Péguy, Claudel, Chesterton, Bernanos, Tolkien, Lewis. I loro scritti vanno fatti leggere ai ragazzi perché possono suscitare le domande di senso che sono nel loro cuore.

Penso alle Lettere di Berlicche di Lewis o al Diario di Edith Stein. E non c’è soltanto la letteratura: c’è la musica, la poesia, la pittura, tutta l’arte. Bisogna insegnare ai ragazzi ad ascoltare una musica, a leggere una poesia, a fermarsi davanti a un’opera.

La cultura non è qualcosa di astratto. È, per usare un’espressione di Guccini, “la minestra che si mangia in casa la sera”. È qualcosa che diventa vita, che mette radici.

Nelle sue 760 interviste a Soul quali incontri le sono rimasti maggiormente impressi?

Le storie dei missionari sono quelle che mi hanno colpito di più. Persone che vivono la loro fede in contesti difficili, a volte estremi per l’uomo d’oggi, e che tuttavia trasmettono una serenità e una forza d’amore straordinarie.

Quando ascolti una testimonianza così ti chiedi: sono “matti” oppure hanno già realizzato il loro desiderio più grande e hanno trovato Chi dà senso alla loro vita?

Sono storie che mostrano come la fede non sia semplicemente qualcosa da conoscere, ma qualcosa da vivere.

Alla fine, dunque, cultura e religione possono ancora parlare all’uomo contemporaneo?

Cultura, carità, missione: sono tre parole che possono accompagnare il nostro lavoro. Cultura e religione si intrecciano e si arricchiscono a vicenda. Abbiamo bisogno di una cultura attenta alla persona, di adulti solidi e coerenti, capaci di accompagnare i ragazzi.

Il nostro compito è trovare la Buona Notizia e comunicarla, ma soprattutto farla sperimentare ai bambini, ai giovani e agli adulti che incontreremo nei corridoi e nelle aule delle nostre scuole.

A cura di Annalisa Giovannini

 

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