A contatto con Cristo gli occhi si aprono

All’Angelus Papa Leone XIV chiede il cessate il fuoco tra Iran, Israele e USA e invita a una fede “dagli occhi aperti” per pace, giustizia e solidarietà.

Cessate il fuoco. Si riaprano percorsi di dialogo”. Nuovo appello di Papa Leone per la fine del conflitto Iran, Israele e Stati Uniti: “da due settimane i popoli del Medio Oriente soffrono l’atroce violenza della guerra”. In queste parole c’è già la preoccupazione per il rischio dell’allargamento delle tensioni in quell’area così importante non solo dal punto di vista geopolitico ma anche per gli equilibri energetici e economici.

Esprime preoccupazione il Papa, nelle parole che pronuncia dopo la preghiera mariana dell’Angelus, perché “migliaia di persone innocenti sono state uccise e moltissime costrette a abbandonare le proprie case”. Come non ricordare quanto accaduto nel primo giorno dell’offensiva quando in un raid è stata colpita la scuola Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran, e sono morte 150 bambine. Esprime vicinanza nella preghiera “a tutti coloro che hanno perso i propri cari negli attacchi che hanno colpito scuole, ospedali e centri abitati”.

Guarda quindi al Libano, che ha già sofferto un lungo conflitto durato quindici anni, dal 1975 al 1990, e, più recentemente, nuovi conflitti e violenze, auspicando per la nazione “cammini di dialogo che possano sostenere le Autorità del Paese nell’implementare soluzioni durature alla grave crisi in corso, per il bene comune di tutti i libanesi”.

“Cessate il fuoco” chiede, dunque, ai responsabili del conflitto a nome dei cristiani mediorientali e di “tutte le donne e gli uomini di buona volontà”. E invita al dialogo perché “la violenza non potrà mai portare alla giustizia, alla stabilità e alla pace che i popoli attendono”.

Appello quanto mai importante oggi, afferma il vescovo di Roma, “a fronte delle tante domande del cuore umano e delle drammatiche situazioni di ingiustizia, di violenza e di sofferenza che segnano il nostro tempo”. Ecco perché, nel commentare il Vangelo di Giovanni sulla guarigione dell’uomo nato cieco, dice che “c’è bisogno di una fede sveglia, attenta e profetica, che apra gli occhi sulle oscurità del mondo e vi porti la luce del Vangelo attraverso un impegno di pace, di giustizia e di solidarietà”.

È appena il caso di mettere in evidenza la profonda differenza tra il cieco guarito che ha subito detto il suo “si” nel verbo credo, e la folla, i farisei, che invece discutono sull’accaduto compiuto poi di sabato, giorno in cui sono proibite le attività lavorative, restando così praticamente distanti e indifferenti. Gli stessi genitori del cieco sono vinti dalla paura del giudizio degli altri. Si consuma in questo modo il rifiuto di vedere Gesù come il messia. Commentava Papa Francesco nel 2014: siamo di fronte alla “storia del cieco che è diventato vedente e dei presunti vedenti che si sono affondati di più nella loro cecità”.

Papa Luciani nella sua seconda udienza del brevissimo Pontificato per commentare questo brano giovanneo recitava la poesia del poeta romanesco Trilussa della Vecchietta cieca che invitava il poeta a seguirla “fino là in fonno, dove c’è un cipresso, fino là in cima dove c’è ‘na croce”: quella vecchina che nella poesia prende per mano il poeta “era la fede”. Poesia graziosa, ma teologia difettosa, commentava Giovanni Paolo I.

“Attraverso la simbologia di questo episodio, l’evangelista Giovanni – afferma Leone XIV all’Angelus – ci parla del mistero della salvezza: mentre eravamo nell’oscurità, mentre l’umanità camminava nelle tenebre, Dio ha inviato il suo Figlio come luce del mondo, per aprire gli occhi dei ciechi e illuminare la nostra vita”. Tutti noi siamo “ciechi dalla nascita perché da soli non riusciamo a vedere in profondità il mistero della vita”. Per questo afferma il Papa “Dio si è fatto carne in Gesù” affinché la nostra umanità potesse ricevere una nuova luce, capace di farci vedere finalmente noi stessi, gli altri e Dio nella verità”.

Nei secoli si è diffusa l’opinione “secondo cui la fede sarebbe una specie di “salto nel buio”, una rinuncia a pensare, cosicché avere fede significherebbe credere ciecamente”. Leone XIV contesta questa lettura evidenziando che “il Vangelo ci dice invece che a contatto con Cristo gli occhi si aprono”; e anche noi “siamo chiamati a vivere un cristianesimo dagli occhi aperti”. La fede, aggiunge ancora il Papa, “non è un atto cieco, un abdicare alla ragione, una sistemazione in qualche certezza religiosa che ci fa distogliere lo sguardo dal mondo. Al contrario, la fede ci aiuta a guardare dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere”. Ecco che siamo chiamati a cogliere i “segni dei tempi” e, “come faceva Gesù, aprire gli occhi soprattutto sulle sofferenze degli altri e sulle ferite del mondo”.

Fabio Zavattaro (SIR)

Foto in evidenza: SIR

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