Dico il mio grazie a Dio. Trieste sia messaggera di pace

19 marzo 2001: monsignor Giampaolo Crepaldi riceveva l’ordinazione episcopale a Roma. 25 anni dopo racconta con gratitudine alcuni tratti del suo episcopato

 

In occasione del suo 25° anniversario di ordinazione episcopale, abbiamo sentito monsignor Giampaolo Crepaldi, vescovo emerito di Trieste, per porgergli alcune domande: ne è nata un’intervista schietta, nella quale c’è spazio per l’uomo, oltre che per il vescovo, e nella quale il racconto si fa grato e, a tratti, commosso.

 

Eccellenza, con quale sentimento si appresta a celebrare questo importante anniversario?

Un profondo sentimento di gratitudine. “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore” (Lc 1,46s): con queste parole, piene di gioiosa gratitudine per il Signore, Maria andò incontro ad Elisabetta ed è con queste parole che anch’io in questi giorni gli dico il mio grazie per i venticinque anni di episcopato. 

A Lui va il mio grazie per il dono del ministero episcopale, un dono che ha trovato e continua a trovare le sue ragioni nel mistero insondabile del suo amore: “Non voi avete scelto me, io ho scelto voi” disse Gesù ai suoi discepoli (Gv 15,16).

Il mio grazie si estende poi a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, mi hanno accompagnato e sostenuto in questi 25 anni.

 

Lei è stato ordinato dal Santo Papa Giovanni Paolo II: cosa ancora la commuove di quel 19 marzo di venticinque anni fa?

Mi commuove il ricordo di due persone in modo particolare. La prima persona è proprio San Giovanni Paolo II, un Papa affascinante, che quel 19 marzo del 2001, giorno che la Chiesa dedica alla devota memoria di San Giuseppe, mi ordinò insieme ad altri nove presbiteri. In quella circostanza ci propose come modello di vita e di ministero la figura di San Giuseppe, con queste significative parole: 

Come san Giuseppe, modello e guida del vostro ministero, amate e servite la Chiesa. Imitate l’esempio di questo grande Santo, come anche quello della sua Sposa, Maria”.

L’imposizione delle mani di San Giovanni Paolo II su monsignor Crepaldi, il giorno dell’ordinazione episcopale .

 

La seconda persona è quella del Card. Van Thuan, in quel tempo Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. La sua è la storia esemplare e avvincente di un martire cristiano: era stato, infatti, per ben 12 anni, di cui 9 trascorsi in completo isolamento, nelle carceri comuniste del Vietnam. Dopo l’ordinazione, nel primo pomeriggio, venne a trovarmi a casa e mi portò in dono la croce pettorale che gli avevano regalato i suoi genitori il giorno della sua ordinazione episcopale. Questi due santi sono stati un costante punto di ispirazione nei miei 25 anni di episcopato.

 

Quale momento del suo ministero a Trieste considera più significativo?

Prima di Trieste c’era stato il Vaticano, dove come Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, mi ero molto dedicato alla promozione umana nella prospettiva specifica della dottrina sociale della Chiesa, in un’ottica di Chiesa universale. Sono arrivato a Trieste nel 2009 dove ho speso le residue energie della mia maturità. E, per rispondere alla sua domanda, devo dire che sono stati molti i momenti significativi tergestini, come lei può ben immaginare: l’esperienza del Sinodo diocesano, le Cattedre di San Giusto, una profonda e capillare attività caritativa, la Cappella in Cavana dedicata alla Madonna della Riconciliazione, l’incontro fraterno a livello di dialogo ecumenico e interreligioso soprattutto con la comunità ebraica, i momenti di forte vicinanza con il mondo del lavoro ecc… 

Ma l’esperienza che mi ha toccato di più è stata la Visita pastorale, questa full immersion nella vita cristiana del popolo, dove ho toccato con mano i mirabilia Dei, le azioni straordinarie di Dio che salva e libera, che conforta e sostiene, che alimenta la vita e le speranze più autentiche e genuine. Un’esperienza indimenticabile, che ricordo con gratitudine per il bene immenso che ricevetti dal Signore e dal popolo cristiano.

 

Ci può raccontare un episodio che le ha fatto sentire forte la presenza di Dio nel suo ministero? 

Il suicidio di don Maks Suard. In quei giorni, convulsi e drammatici, ero convinto che non sarei sopravvissuto

Pur in una desolazione paralizzante, mi salvò l’affidarmi al Dio crocifisso. La fede in Lui, vissuta con amore e dedizione, fu capace di innescare quei salutari processi che consentirono a me e alla Chiesa di Trieste di affrontare, con verità e trasparenza, una situazione che confliggeva con il nostro essere e operare.

Don Maks resta per me un figlio carissimo. Con pietà silenziosa e orante lo affido ogni giorno a Dio e alla sua onnipotente misericordia.

 

Quali sfide della Chiesa contemporanea la colpiscono di più oggi?

Di fronte alle tantissime e complesse sfide pastorali quella che temo di più, perché la considero particolarmente insidiosa, è la sfida della sfiducia: questo è oggi forse il pericolo più grande per la missione del Vescovo e della Chiesa. La Diocesi di Trieste, il suo clero, per grazia di Dio mediamente numeroso e giovane, le tante presenze religiose e laicali devono sconfiggere questo pericolo, che è contrario alla speranza teologale fondata sulla forza dell’amore che Dio ha per l’umanità. 

Guardiamo quindi alle sfide pastorali che oggi dobbiamo affrontare, con l’occhio della fede, che è necessariamente diverso e anche più penetrante rispetto a uno sguardo soltanto umano. Con la luce della fede possiamo intuire infatti la realtà profonda dell’uomo, in cui Dio è presente per attirare a sé ed orientare a Cristo le persone e la storia.

 

Quale augurio desidera fare alla comunità diocesana e alla città in occasione di questo anniversario speciale?

Fare tesoro, sul piano spirituale e pastorale, del motto del Vescovo Trevisi: admirantes Iesum, che sollecita un camminare con e al seguito di Cristo e un camminare nello spirito della comunione. I Padri del Concilio Vaticano II, citando a questo riguardo S. Cipriano, ci hanno ricordato che la Chiesa è un “popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (LG, 4). Affermazione sorprendente, purtroppo dimenticata, che rimanda all’Amore trinitario come principio della comunione ecclesiale e come modello delle sue relazioni. Cosa dire di e a Trieste?

È una città che ha molti punti di forza. È, infatti, una città bellissima e magnanime: pur colpita da dolorose ferite subite nel recente passato carico di immani e indicibili atrocità, essa si presenta anche oggi nello splendore delle sue nobili architetture, esaltato soprattutto dalla salutare volontà del suo popolo, portatore convinto di un messaggio di pace, di riconciliazione, di speranza per tutti.

A cura della redazione

 

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