Signore, signori e cari amici,
vi devo un grazie per aver accolto, anche quest’anno, il mio invito ad incontrarci. Lo vuole la tradizione – mai interrotta, anche se onorata in forme diverse – che in occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti offre a voi ed a me qualche momento di riflessione su alcuni problemi ed uno scambio di pensieri ed opinioni su quanto accade attorno a noi ed interessa la vostra professione e la mia missione.
Per me è occasione da non perdere per manifestare a voi giornalisti l’apprezzamento per il vostro lavoro, non sempre facile e spesso delicato, che investe il dovere dell’informazione tempestiva e corretta secondo verità e quello di leggere ed interpretare i fatti alla luce dei grandi valori, su cui si costruisce e regge una società umana libera e giusta. E se questa mia espressione di stima potesse in qualche modo compensare qualche mancata gratificazione, da parte di chi non comprendesse né adeguatamente valutasse la vostra onestà e la vostra fatica, ne sarei lieto.
- Lo scorso anno tema del nostro incontro fu il grande giubileo che la Chiesa Cattolica sta ora celebrando in questo Duemila. E ad un particolare “segno” che distingue quest’anno giubilare dagli altri precedentemente celebrati, vorrei richiamare oggi la vostra attenzione: il segno della purificazione della memoria.
Nella bolla di indizione Giovanni Paolo II afferma che “esso chiede a tutti un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani”. E prosegue: “È doveroso riconoscere… che la storia registra anche non poche vicende che costituiscono una contro-testimonianza nei confronti del cristianesimo” … “I cristiani sono invitati a farsi carico, davanti a Dio e agli uomini offesi dai loro comportamenti, delle mancanze da loro commesse”. Perciò chiede con forza, come successore di Pietro, che “la Chiesa … si inginocchi dinanzi a Dio ed implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli” (Incarnationis mysterium, 11).
Di questo leale riconoscimento e di questo perdono umilmente chiesto Giovanni Paolo II ha dato più di un segno. Al punto che da qualche parte – anche ecclesiale – si è manifestato un certo disagio di fronte a ricorrenti ammissioni di colpe e domande di perdono. All’inizio hanno destato stupore e magari perplessità che stampa e televisione hanno registrato anche in aperti dibattiti.
Tuttavia, credo, siano semplici ma forte conferma che quell’umiltà e quel coraggio che chiede a tutti Giovanni Paolo II li ha coerentemente dimostrati e li sta dimostrando. Nel riconoscere l’errore di condanne che lacerarono le coscienze di pensatori e di scienziati, umiliando la libertà del pensiero, anche nell’ambito religioso e accreditando una presunta inconciliabilità tra scienza e fede, così come nel chiedere perdono di ingiustizie perpetrate e di interventi inquisitori a cui è arduo trovare giustificazione nel dovere di difendere l’ortodossia del credere e di evitare che la libertà del pensare sconfini nell’errore.
E se il Papa lo chiede a tutti coloro che appartengono alla Chiesa lo è perché un misterioso ma reale legame ci unisce gli uni agli altri, anche nello scorrere lungo i tempi della storia, facendo sì che, “pur non avendone responsabilità personale… portiamo il peso degli errori e delle colpe di chi ci ha preceduto” (Incarnationis mysterium, 11).
Sta qui, nel riconoscimento leale di errori e di colpe commesse nel perdono sinceramente chiesto, la purificazione della memoria affinché le vicende del passato non pesino più sulla coscienza dei cristiani ed essi possano “fissare lo sguardo su un futuro” in cui sapranno vivere insieme fedeltà al Vangelo e fedeltà all’uomo. si impegneranno a difendere i diritti della persona umana, ne denunceranno ingiuste discriminazioni o emarginazioni, ne promuoveranno la dignità nella libertà, collaboreranno a realizzare concordia e pace tra i popoli.
- Mi sono chiesto se non sia mio dovere, come vescovo, invitare la Chiesa che mi è affidata, a riconoscere i suoi errori e le sue colpe e a chiederne perdono, in una parola, a purificare la sua memoria. E a Santa Maria Maggiore. nel discorso alla fine dell’anno 1999, ne feci cenno limitandomi a ripercorrere rapidamente la storia della nostra città e della nostra diocesi in questo secolo per conoscere quali siano state la presenza e l’azione della Chiesa nei momenti più difficili, di fronte alla gravità degli eventi e dei problemi. Non è certo impresa facile né indenne da possibili inesatte o incomplete valutazioni. E se lo è per gli storici di professione, che alla nostra storia hanno dedicato studi approfonditi e pazienti ricerche, lo è stato ancor più per me. Anche se non lo faccio da storico, bensì da pastore, pur non dimenticando che i fatti vanno rigorosamente accertati nella loro verità e la loro comprensione non può prescindere dal contesto culturale, sociale e politico in cui sono accaduti.
2.1. Trieste è una città che da secoli annovera fra i suoi cittadini persone di confessioni cristiane diverse. Giovanni Paolo II afferma che “tra i peccati che esigono maggiore impegno di penitenza e di conversione sono quelli che hanno pregiudicato l’unità dei cristiani” e parla di “dolorose lacerazioni che contraddicono apertamente alla volontà di Cristo e sono di scandalo per il mondo” (Tertio millennio adveniente, 51).
Conosco anch’io qual era l’atteggiamento della Chiesa cattolica e come esso ovviamente si riflettesse nella nostra realtà. A superare l’indifferenza reciproca, la non conoscenza delle dottrine e delle tradizioni, la freddezza della separazione e la conseguente emarginazione, non bastava certo quella tolleranza che nella nostra città era pur costume civile. E la sofferenza si viveva pure nell’intimo delle famiglie a cui avevano dato vita coniugi di confessione cristiana diversa ai quali si poneva inoltre il problema dell’educazione dei figli.
Vorrei che la nostra Chiesa, che da più di trent’anni vive la passione e la grazia del dialogo ecumenico, non dimenticasse le sofferenze del passato e comprendesse il valore degli atti di riconciliazione tra Chiese cristiane che sono avvenuti e il cammino che deve continuare nella docilità allo Spirito. Ed io sento la responsabilità di porre i miei passi sulle orme dei vescovi che mi hanno preceduto. E per ciò chiedo perdono ai fratelli ortodossi ed evangelici riconoscendo un passato di separazione e le perplessità e le incertezze e le riserve che, forse, ancora qualcuno potrebbe avere nei confronti di una testimonianza ecumenica e di una speranza di unità.
2.2. A Trieste da sette secoli vive la comunità israelitica. La sua lunga storia conosce dapprima l’insediamento di un modesto numero di ebrei destinato a crescere fino a raggiungere nel Novecento quasi seimila membri. Dopo la prima guerra mondiale comincia il declino della comunità, accelerato dalla persecuzione e dallo sterminio razziale (cfr. Stock M., Nel segno di Geremia, Trieste 1998, p. 9).
Vi sono pagine affidate alla memoria della comunità ebraica e della nostra Chiesa che parlano della coraggiosa difesa degli ebrei da parte del vescovo monsignor Santin di fronte all’aberrante ideologia razzista del nazismo che aveva decretato, e duramente realizzava, la deportazione e la morte degli ebrei nei campi di sterminio e la devastazione dei loro templi e sinagoghe. E fu Shoah anche qui tra noi.
Al vescovo molte persone s’affiancarono nella difficile ma doverosa tutela degli ebrei. E so che essi ne sono ancora grati. Ma non tutti, se – e duole leggerlo – una nota personalità ebrea, nel suo testamento, nel giugno 1941, afferma che “i provvedimenti razziali furono attuati tra la completa indifferenza della popolazione, con rare eccezioni” … perché “una volgare propaganda di odio aveva risvegliato atavici pregiudizi” (cfr. Stock M., o.c., p. 71, testamento del prof Saraval).
Perché non cogliere l’occasione del giubileo per riconoscerlo e
chiedere perdono ai “nostri fratelli maggiori” per quei cattolici che nei lunghi secoli forse sono stati indifferenti alla loro presenza, hanno ignorato la suggestiva bellezza della loro fede, e, soprattutto, nel tempo della persecuzione non hanno seguito il loro vescovo comprendendo la loro tragedia e non ne hanno in qualche modo alleviato la pena in una fattiva e reale solidarietà nel dolore?
2.3. Trieste è una città dove vivono comunità di lingua diversa e così pure accadeva nel territorio della nostra diocesi. Una diversità che, storicamente attestata, può ancor oggi divenire anziché opposizione e divisione ricchezza nello scambio delle culture e delle tradizioni e caratterizza questa nostra realtà singolare.
Ma la storia registra anche momenti di grande sofferenza. Sappiamo bene che la lingua esprime l’anima di un popolo. E dalla storia della nostra Chiesa sappiamo come in momenti particolarmente difficili, come quelli dell’immediato dopoguerra alla fine del primo conflitto mondiale, il vescovo monsignor Bartolomasi abbia espresso preoccupazione e condanna per le vessazioni cui erano sottoposti i parroci sloveni dell’Istria, provocando una lettera apostolica di Benedetto XV, datata 16 agosto 1921, integralmente pubblicata da Vita Nuova il 27 agosto 1921 e nello stesso tempo difendendo l’uso delle lingue slovena e croata nelle chiese della diocesi. E come i vescovi monsignor Fogàr ed anche mons. Santin l’abbiano difeso questo diritto quando non occorreva certo minore coraggio, e cioè, nel periodo del regime fascista.
Non possiamo sottovalutare né ignorare il ricordo che la storia conserva di sacerdoti umiliati e inviati al confino, del divieto a religiosi e laici di usare la propria lingua materna, di abusi e ingiustizie ed emarginazioni da loro subite. Ciò che ancor oggi rende difficile il rapporto tra fedeli di lingua diversa, italiani e sloveni, che pur condividono la stessa fede e vivono nella stessa città.
Nello spirito del giubileo pare necessaria e doverosa riconciliazione, che riconosca errori e colpe e conformi un cammino ecclesiale già intrapreso nell’accoglienza reciproca, nella fraternità donata, nella comunione vissuta. Non è forse anche questo purificazione della memoria?
2.4. A Trieste vivono tanti istriani e dalmati che hanno dovuto lasciare la loro terra. È una ferita che – com’è comprensibile – non s’è rimarginata e per molti rimane ancora causa di sofferenza viva. La ragione del loro esodo fu la conservazione della loro identità nazionale. Ma non solo. Lo fu anche la conservazione della loro fede cristiana che un regime, ispirato ad una ideologia marxista ed atea, non poteva tollerare. E la persecuzione religiosa fu dura. Alcuni sacerdoti italiani, sloveni e croati, con il martirio pagarono la loro fedeltà al ministero santo; altri di lingua italiana seguirono nell’esilio i loro fratelli di fede.
Negli anni in cui questo accadeva la nostra Chiesa fu vicina a quanti soffrivano nell’abbandono della loro casa e della loro terra. Lo fu il vescovo con i suoi sacerdoti; lo furono tanti laici impegnati in azioni di solidale carità. Forse non tutti compresero il perché di un esodo, forse alcuni non accolsero con simpatia e affetto quanti cercavano sicurezza e rifugio.
Anche qui c’è da purificare la memoria, non da rimuoverla. Verità e giustizia sono un dovere. Ma occorre, nel rispetto del dolore vissuto, superare generosamente i motivi dell’amarezza e delle chiusure. Nel perdono chiesto e nel perdono offerto, con cuore grande, perché rifiorisca la fraternità e torni la pace.
- Così vorrei che la mia Chiesa vivesse quella “purificazione della memoria”, in questo Grande Giubileo del Duemila, ponendo segni e compiendo gesti di conversione e di riconciliazione. E l’8 marzo, nella cattedrale di San Giusto, nel mercoledì delle Ceneri che l’Anno Santo riserva alla conversione e al perdono, in una solenne celebrazione penitenziale il vescovo e i suoi fratelli riconosceranno le loro colpe, le confesseranno umilmente e chiederanno perdono a coloro che le loro parole e i loro silenzi, i loro giudizi e i loro comportamenti avessero offeso. E offrendo generoso il perdono a coloro che avessero qualche responsabilità “nelle vicende di emarginazione. di ingiustizie e di persecuzioni nei confronti dei figli della Chiesa” (Incarnationis mysterium, 11).
Amerei pensare che anche la nostra città possa accogliere questo invito a “purificare la memoria” da quanto nel passato ed ancor oggi rende talora difficile ritrovarsi nella reciproca accoglienza. comprendersi nel dialogo leale, impegnarsi insieme per il bene di Trieste.
Rivolgere questo appello alla mia Chiesa ed estenderlo a questa città. è per me onorare l’eredità dei grandi vescovi che mi hanno preceduto in questo servizio pastorale e, in particolare, di monsignor Lorenzo Bellomi, che ha consumato se stesso nel desiderio che si comprendesse come la diversità di lingua, cultura e di appartenenza religiosa non possono essere motivo di divisione, ma provvidenziale occasione di condivisa ricchezza nell’unità.
Un volume, che è già alle stampe, presenta in un’ampia introduzione il suo magistero negli anni del suo episcopato tergestino (1977-1996) e riproduce integralmente una settantina di documenti rivolti alla Chiesa locale e alla città di Trieste. Mi auguro che possa ravvivare in noi tutti non solo il ricordo di colui che ci è stato padre ma anche l’insegnamento di chi ci è stato maestro di umanità e di vita cristiana.
Eugenio Ravignani
vescovo di Trieste dal 1997 al 2009
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