L’ultima opera che Tommaso Cassai – meglio noto come Masaccio per la sua trascuratezza – eseguì a Firenze tra il 1425 e il 1427 poco prima di partire per Roma, dove morì a soli 27 anni, fu il grandioso affresco con la Trinità nella Chiesa di Santa Maria Novella, che misura 667×317 cm.
Si tratta di un dipinto caposaldo del primo Rinascimento fiorentino in cui architettura, scultura e pittura sono fuse magistralmente. Partendo dall’alto – all’interno di una struttura architettonica simile a un arco trionfale con la volta a botte cassettonata, retta da colonne ioniche e inquadrata da due paraste corinzie – vi sono le tre figure della Trinità:
il Padre Eterno che stando in piedi su di una piattaforma, regge davanti al suo petto il Cristo in croce, sul cui capo scende in picchiata la Colomba dello Spirito Santo, sprizzando raggi di luce dorata. Ai lati della croce si vedono Maria che, con volto severo e impassibile, ci invita a contemplare il figlio morto, e San Giovanni che, congiungendo le mani, guarda verso la croce con espressione dolente.
Collocati su un livello più basso rispetto a quello della Trinità stanno inginocchiati i due committenti, la cui identità non è certa, ritratti di profilo mentre pregano rivolgendosi ai personaggi sacri. Infine, nel registro inferiore dell’affresco giace uno scheletro deposto sopra a un sarcofago e sovrastato da una scritta che ammonisce chi osserva a riflettere sullo scorrere del tempo.
Giorgio Vasari nel 1568 commentò l’opera con queste parole:
«Quello che vi è bellissimo, oltre alle figure, è una volta a mezza botte tirata in prospettiva, e spartita in quadri pieni di rosoni che diminuiscono e scortano così bene che pare che sia bucato quel muro».
La prospettiva è effettivamente costruita in modo magistrale, forse anche grazie all’aiuto di Filippo Brunelleschi che ne aveva elaborato qualche anno prima la teoria:
con la linea dell’orizzonte abbassata e il punto di fuga centrale così da dare monumentalità alle figure, che paiono quasi delle statue policrome. Gli unici personaggi che sono sottratti alle leggi prospettiche sono il Padre e il Figlio, entità divine che non sottostanno alle leggi fisiche del mondo terreno.
L’accurato studio dell’arte antica si unisce allo straordinario realismo con cui sono raffigurati i personaggi, con dettagli di grande originalità, quali le gambe storte di Gesù e le fisionomie realistiche dei due committenti, le cui proporzioni sono identiche a quelle delle figure divine e non seguono più il criterio gerarchico che veniva applicato nel Medioevo. Anche la composizione è impostata con grande sapienza e rigore, basandosi su uno schema triangolare che allude alla Trinità, e il rimando al numero tre si coglie anche nella terna dei colori bianco, rosso e blu che caratterizzano gli abiti dei personaggi e che sono inseriti pure nei cassettoni della volta.
È, questa, un’opera certamente di mirabile modernità artistica per l’epoca, ma anche
ispiratrice di una profonda riflessione sul percorso che lo spirito umano deve cogliere per innalzarsi dalla vita terrena, attraverso la preghiera e con l’intercessione della Vergine e dei Santi, fino alla Trinità, fondamento di Salvezza per l’umanità.
Marina Gobbato
Foto tratta da Wikipedia
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti al nostro Canale Whatsapp cliccando qui



