Arrivata un po’ di soppiatto in una torrida sera di agosto, la notizia della nomina di don Davide Lucchesi a vice-rettore del Seminario interdiocesano di Castellerio è una di quelle news che in diocesi ha immediata risonanza: il tam tam comunitario fa presto a raggiungere parrocchie, associazioni e persone e tra stupore e, perché no, emozione, il desiderio di saperne di più cresce rapidamente.
Per ascoltare come sta vivendo questo momento e farci raccontare qualcosa su questo suo nuovo incarico, lo abbiamo raggiunto al telefono mentre si trova in camposcuola in Trentino, vicino al Parco Nazionale dello Stelvio, «di una bellezza sconfinata» come ci conferma lui stesso.
Don Davide, è rimasto sorpreso da questa nomina?
Direi proprio di sì. Diciamo che da lungo tempo si sapeva che a Castellerio c’era bisogno di una figura triestina che accompagnasse e fosse presente all’interno dell’équipe educativa.
Onestamente, non avrei mai pensato, però, che quella persona potessi essere io.
Se ne era parlato e riparlato e sentivo che questa necessità era, possiamo dire, urgente. Durante i momenti di collaborazione tra don Daniele Antonello, che è il referente per la pastorale vocazionale della diocesi di Udine, e me come referente della pastorale vocazionale di Trieste, in confidenza lui effettivamente manifestava l’idea che servisse una figura triestina all’interno dell’équipe… ma come ho detto poc’anzi, non pensavo mai di poter essere chiamato io a questo compito.
Di fronte a questa sorpresa, come vive questa nomina? Cosa sta passando dentro il suo cuore in questo momento?
Sicuramente sono contento. Sono contento e la vivo veramente come un onore: ritengo sia una responsabilità grande e me la prendo per bene sulle spalle, consapevole di essere un occhio che accompagna e assiste le scelte di tutta l’équipe formativa su coloro che sono i candidati a essere i sacerdoti di domani. Certo, sono anche un po’ timoroso… perché, chiaramente, vengo “buttato” dentro l’impegno forte dell’accompagnamento. Credo, però, che mi darà tante soddisfazioni.
Proviamo a spiegare brevemente in cosa consiste, concretamente, questo incarico…
Mettiamola così: l’équipe formativa è sempre composta, facendo riferimento a quella che è la ratio fondamentale dei seminari, da un Rettore che gestisce tutta la struttura, dal vice-Rettore che lo assiste in questo, e poi ci sono altre figure: quella del padre spirituale e dell’animatore spirituale di vita comunitaria – che nel caso del seminario interdiocesano sono uniti nella persona di don Davide Gani – e quella del referente per l’anno di propedeutica – sempre previsto dalla ratio di cui sopra – incarico che attualmente è ricoperto da don Nicola Ban, sacerdote della diocesi di Gorizia.
Quindi, quello di vice-Rettore è più un ruolo organizzativo?
Concretamente scoprirò strada facendo che cosa devo effettivamente fare… sicuramente c’è un ruolo di assistenza, dove il Rettore necessita di un aiuto di carattere organizzativo, consultivo… per tutti questi aspetti io mi metto a disposizione.
Grazie al ricordo di un mio vissuto, la figura del vice-Rettore è, per me, una bella immagine. Quando ho fatto io il Seminario, come Rettore c’era don Loris Della Pietra e come vice-Rettore c’era don Sergio Frausin: la sintonia fra loro due era molto bella. Cercavano insieme – con due sguardi magari differenti, ma che si interrogano sulla stessa cosa – il modo di trovare la situazione migliore, comunitaria e personale, per i seminaristi, proprio per dargli l’occasione di esprimere veramente quella che è la vocazione che il Signore ha piantato in ognuno di loro: accompagnarli personalmente, ma anche scegliere quali soluzioni comunitarie adottare.
Ne ho davvero un caro ricordo e se io potessi operare con don Daniele, pur nella mia specificità di persona, in modo simile a come facevano don Loris e don Sergio, ne sarei davvero felice.
Lei non sarà l’unico vicerettore…
No, infatti. L’altro è il caro don Paolo Greatti, che tra l’altro è stato sia mio compagno di studi, sia, per un piccolo periodo successivo, anche mio vice-Rettore: devo dire che lui è davvero una persona eccezionale, di una profondità incredibile. E il mio incarico prevede proprio che io lo affianchi.
Tra voi esiste già un rapporto di amicizia, di fratellanza, quindi le premesse per lavorare bene insieme, ci sono già…
Con don Paolo sì, mamma mia… c’è già un bellissimo rapporto. Lo ripeto: è una persona veramente straordinaria.
Ha un percorso all’interno della spiritualità carmelitana che lo rende puntuale e preciso spiritualmente. Oltretutto, e non è poco, è proprio una persona buona, di quelle “buone come il pane”.
Questa nomina non è un punto di arrivo, ma un nuovo punto di partenza e immagino sia frutto anche di un percorso suo, personale. Da un punto di vista spirituale, a suo modo di vedere, da dove parte il percorso che l’ha portata a questo incarico?
Nell’accompagnamento, il pensiero che mi guida è quello di fare ciò che serve alla Chiesa, mettendo a disposizione quello che ho. In più, devo dire che il Vescovo già dopo poco tempo dal suo ingresso in Diocesi, mi aveva dato la responsabilità del Centro Diocesano Vocazioni, che ancora adesso porto avanti. Devo dire che, per me, il Cdv, che accompagna persone che si interrogano sulla propria vocazione, è stato un ministero che ho portato avanti da seminarista e ho trovato veramente bellissimo, soprattutto in tutti gli anni in cui don Andrea Destradi ne era il direttore: li ho trovati veramente edificanti, molto belli. Quando si è presentata la necessità di cambiare il direttore, monsignor Trevisi ha chiesto a me di assumerne la responsabilità e ritengo possa aver visto qualche segno che andasse in quella direzione. Negli anni, proprio su suggerimento di don Daniele Antonello, ho frequentato un corso per accompagnatori spirituali a Bologna, nella casa di spiritualità dei Gesuiti, Villa San Giuseppe: tre settimane spalmate su un anno.
Un corso non ti rende automaticamente capace di essere accompagnatore spirituale e di farlo… però ti dà un contributo a quello che, nel ministero, che già vivi e porti avanti. Ti offre, insomma, qualche strumento in più per svolgerlo al meglio. Penso che, probabilmente, nella scelta del Vescovo, in coordinamento con gli altri Vescovi, questo aspetto sia stato valutato.
Soffermandoci su quella che è la cura necessaria delle anime dei futuri sacerdoti, anche alla luce del suo percorso e avendo presente la realtà di oggi, secondo lei c’è un’attenzione particolare da avere rispetto ai candidati che frequentano il seminario in questo periodo storico e si preparano a diventare sacerdoti?
Innanzitutto, credo che il Seminario come istituzione debba guardare sempre al candidato e alla persona, quindi, per quanto la struttura possa mostrare dei limiti, deve sempre adattarsi al candidato e accompagnarlo in maniera tale che possa esprimere veramente quello che è una “chiamata in corso”. Se effettivamente è stato riconosciuto dalla Chiesa, da tutto il percorso, da chi sta curando la formazione… ecco, quello è il centro focale.
Andando più nello specifico, di cosa c’è più bisogno, secondo lei, nella formazione di un candidato al sacerdozio? Quali aspetti andrebbero maggiormente curati? Magari, in questo tempo si manifestano dei bisogni che anni fa non c’erano…
A mio avviso, anche alla luce del mio incarico di vice parroco di una parrocchia molto grande di Trieste, credo che per un candidato all’Ordine Sacro sia fondamentale la formazione personale e spirituale, ma questo deve andare di pari passo con la formazione umana:
è necessario che il candidato sia una persona strutturata, matura, che sappia di fede concreta, non tanto astratta o tale da non riuscire a toccare la vita, ma che tocchi proprio il profondo della persona in tutto, sia negli slanci positivi, sia eventualmente nelle fragilità o nei limiti personali. Dico questo perché, per primo, è lo sguardo del Signore a guardare la persona nella sua interezza: non la prestazione, non l’immagine, ecco… il candidato al sacerdozio oggi non può essere solo una bella “figurina”, perché non tiene. Ecco, non tiene.
Si riferisce a un maggiore impegno di coerenza, forse? Non come pretesa di perfezione, ma tenendo presente che i candidati al sacerdozio sono esseri umani e creature fragili come tutti…
La coerenza prevede che a un certo punto tutte le tue scelte siano oculate, fatte bene. Secondo me, è possibile sbagliare, ma
da persona matura è necessario anche saper dire “scusate, ho sbagliato” ed essere consapevoli che anche attraverso quell’errore commesso, attraverso quel chiedere scusa alla comunità, ed eventualmente alla persona ferita, si manifesta una formazione spirituale matura. Quell’errore, quella ferita continuano a essere segno di contraddizione per la logica del mondo, ma segno che porta e realizza il Regno di Dio nella normalità della vita quotidiana.
Per concludere, c’è lo spazio per un augurio e un ringraziamento. Qual è l’augurio per lei, per il cammino che le si apre davanti insieme a don Paolo e a don Daniele? E poi, chi desidererebbe ringraziare?
Un augurio verso di me è
che io possa essere, secondo quello che serve, una mano utile.
E prego che effettivamente il Signore continui a mandare nuove sante vocazioni affinché Lui, che chiama, continui a chiamare anche persone che possono aiutare altri a sentire quella chiamata. Secondo me, il ruolo del presbitero è un po’ quello della sentinella: che continua a tenersi in allerta e a dire “Guardiamo! Stiamo a vedere quando il sole sorge”.
Un ringraziamento… innanzitutto un ringraziamento di fiducia devo farlo al mio Vescovo, monsignor Trevisi, che mi ha scelto; poi a don Daniele che effettivamente, come responsabile dell’équipe formativa, ha deciso di introdurmi. Un grande grazie sento di dirlo anche al mio parroco, don Umberto Piccoli: sapere che il suo vicario sarà a Udine per tre giorni a settimana non è banale, ma lui mi ha dato fiducia. La comunità di San Vincenzo de’ Paoli è una realtà bellissima che servo ormai da due anni e spero veramente di riuscire a portare avanti bene entrambi questi incarichi. Infine – sembra scontato, ma non lo è – sento di fare
un ringraziamento al Signore perché io non mi sarei mai aspettato di ricevere questo incarico. Mi sembra di poterlo leggere quasi come un indice di bontà del percorso che io stesso come persona sto facendo e spero veramente che di poter continuare a essere e vivere secondo la volontà del Signore.
A cura di Luisa Pozzar
Foto: don Davide Lucchesi



